Un cuore pensante di Susanna Tamaro – Recensione

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Una tigre costretta a essere una bambola!”

Susanna Tamaro riassume così la sua esperienza di bambina “diversa”, estranea agli stereotipi che l’avrebbero voluta “donnina di casa”, e per questo costretta a soffocare la sua personalità. Chiusa in un silenzio solitario, il suo cuore sensibile, ferito, inquieto, partorisce domande incessanti sul senso del mondo, della vita, della morte, del dolore, sulla possibilità di una realtà altra rispetto alla materia, alimentate da un raro senso di meraviglia nei confronti della bellezza della natura. L’esistenza della protagonista è attraversata da un continuo “bisogno di ordine”, che si tradurrà, con sempre maggior convinzione, nella ricerca della “Verità”.

Un cuore pensante è il racconto del cammino spirituale, tutto interiore, dell’autrice, dall’intuizione di questa “Verità” al di là del visibile, fino all’affermazione di una vera e propria fede, vissuta in una maniera molto personale, tangenziale al cattolicesimo ufficiale.

Susanna Tamaro e la critica al mondo contemporaneo

All’interno di brevissimi capitoli (da una a cinque pagine), episodi della sua vita e, in particolare, di un’infanzia e adolescenza difficili sono anche l’occasione per riflessioni su temi generali e di attualità, in cui emerge una visione abbastanza precisa del mondo e dell’etica. Precisa e ripetuta la critica nei confronti del tanto dibattuto gender, uno tra i frutti, secondo l’autrice, della “forzata genitalizzazione della realtà umana”, dominata dal desiderio, in cui la sola definizione sessuale è “in grado di stabilire il nostro rapporto con il mondo”, orientata all’“immobilità” dell’indistinto, in un mondo che ha dimenticato che “siamo tutti figli della complessità e ognuno di noi […] ha un modo diverso di esprimere la sua personalità” e che il cammino dell’essere umano prevede anche un lavoro di armonizzazione degli opposti attraverso una profonda indagine personale. La scienza e la tecnica, ormai, hanno fornito l’uomo di tutti gli strumenti per prevedere e arginare il pericolo della nascita di un figlio non corrispondente ai propri desideri; il dono della vita è trasformato in “prodotto”. Secondo la Tamaro, un mondo ridotto a sola materia, che sembra aver perso qualsiasi interesse per la spiritualità, non può far altro che essere quello che è oggi, un mondo dove prevalgono l’omologazione, il mito dell’efficienza e del benessere a tutti i costi, il profitto. Tutto questo perché

senza l’eternità che ci genera e ci riaccoglie, le nostre azioni diventano estremamente fragili, perché sono sostenute soltanto dai nostri principi e dai nostri desideri. Principi manovrabili, mutevoli […]. Scomparso il timore di una valutazione in grado di trascinarci nell’infelicità e nel dolore eterni, agiamo principalmente secondo il nostro tornaconto”.

La struttura narrativa di Un cuore pensante

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Susanna Tamaro

La narrazione procede senza sistematicità: i pensieri non seguono un filo conduttore lineare, fino a ripetersi. Si tratta di una scelta consapevole, volta ad arricchire le opinioni di nuove sfumature e, quindi, di affermarne la validità. Talvolta, un concetto segue all’altro secondo una logica poco chiara, come se tutti i temi toccati fossero inesorabilmente collegati tra loro. Proprio per questi motivi si è parlato di questo libro come di un “diario dell’anima” (espressione coniata dall’editore e ripresa anche da giornalisti, come Raffaella Silipo per “La Stampa”), le cui battute agiscono come delle folgorazioni, attraverso una scrittura semplice ed efficace, anche quando il discorso viene posto su un piano forse troppo astratto e metafisico. La scrittrice, infatti, sembra voler proporsi, in alcuni passi della terza e ultima sezione, come uno di quei predicatori di cui è povero il nostro tempo (e questo concorrerebbe all’allontanamento di molti dalla fede).

Il limite del libro sta nella tendenza a semplificare e generalizzare la realtà, forse con lo scopo di rinforzare le opinioni di fondo. In questo modo, l’arte contemporanea “diventa confusa esibizione di un narcisismo nichilista, innamorato dei suoi fantasmi e del degrado che possono generare” e molta “mediocre letteratura” si è occupata della supposta mancanza di un senso nella vita, prima ancora di provare a cercarne uno.

Incuriosita dal titolo, significativo omaggio ad Etty Hillesum, non mi sarei aspettata delle prese di posizione così rigide, che non tengono conto della realtà nei suoi diversi aspetti, anche se, per certi versi, anticonformiste. Il risultato è quello di indebolire alcune valide riflessioni che emergono a partire dai ricordi d’infanzia dell’autrice (talvolta in maniera un po’ forzata, come se gli elementi autobiografici fossero solo un pretesto per trattare proprio quel tema e trarne le volute conclusioni).

E’ però innegabile che dalle pagine di questo libro emergano anche valori dimenticati dalla nostra società tecnologica, concetti profondi che rimangono tali pur essendo resi attraverso lo stile chiaro ed essenziale che contraddistingue da sempre l’opera della scrittrice triestina.

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