“La fine dei vandalismi” di Tom Drury – Recensione

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Recensione di La fine dei vandalismi (Tom Drury, NN – 2017) a cura di Emanuele Pon


Ecco un’altra opera che può aiutare a definire i caratteri del “Nuovo Romanzo Americano”, con buona pace di chi critica, in ambito letterario, periodizzazioni e generalizzazioni.

Non è probabilmente un caso, d’altronde, che a curare la pubblicazione in Italia della Trilogia di Grouse County di Tom Drury (uscita negli Stati Uniti negli anni ’90) sia NN Editore: la casa editrice sta infatti fornendo ai lettori italiani uno spaccato, il più ampio possibile, della narrativa americana contemporanea, occupandosi, ad esempio, di far conoscere nel nostro Paese uno scrittore come Kent Haruf, in patria già un classico.

Trilogie americane, tra Haruf e Drury

kent haruf le nostre anime di notteNon è casuale nemmeno il fatto che molti siano i punti di contatto tra l’opera di Drury e, appunto, quella di Haruf. Prima di essere un fatto di scrittura, è una questione di struttura profonda della narrazione: a Holt, città frutto della sua immaginazione, Haruf mette in scena una trilogia; allo stesso modo Drury mette in scena una trilogia in una contea interamente immaginaria.

Anche in La fine dei vandalismi, dunque, si assiste allo sviluppo di un’ambientazione non reale ma perfettamente realistica; iper-realistica verrebbe anzi da dire, quasi Drury avesse l’intenzione di stilizzare una serie di luoghi ancora “intatti”, non “contaminati” dalla vita reale, per mostrare ai lettori la loro essenza più profonda, nonché quella delle figure che in quei luoghi trascorrono la vita.

Quello di Grouse County è un universo in miniatura, un insieme di luoghi creati ad hoc per costituire una sorta di “ambiente sterile sperimentale” entro cui far muover i personaggi: si tratta di una ragnatela di cittadine immaginarie sparse (ma non troppo) in un Midwest che invece costituisce l’ambientazione più reale che si possa ricreare in una narrazione.

Come Haruf era stato abilissimo a creare intorno alla sua Holt una serie di coordinate che permettessero un vero “orientamento” ai lettori, allo stesso modo Drury comincia, in questo La fine dei vandalismi, a mettere in scena un Midwest ed un Texas che richiamano alla mente quegli autori della tradizione letteraria nordamericana che hanno ambientato le loro storie nei medesimi luoghi: si pensi alla Denver pulsante (nel bene e nel male) di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ma anche al Texas intero e “maledetto” di Joe Lansdale.

I protagonisti di La fine dei vandalismi

Dopo aver messo a punto lo scenario, Drury si occupa, integrandoli alla perfezione ad esso, di introdurvi i suoi personaggi: un elemento interessante e significativo è che tutti costoro, senza eccezioni, sono presentati in qualche modo a posteriori, alla fine del libro, in una sorta di elenco in ordine di apparizione.

Four Lane Road – Edward Hopper, 1956

Quasi a dire che ogni uomo, in una storia normale – non “elevata” dalla fantasia o da toni aulici di sorta – è anche un attore che interpreta sé stesso, “as himself” o “as herself”, come in quei film che ospitano la comparsa di un personaggio reale, magari famoso – non certo nel caso di La fine dei vandalismi – che, appunto, fa l’unica cosa che sa fare: quasi niente, semplicemente esistere.

Così, alzato il sipario, entrano in scena gli attori principali: lo sceriffo della contea, Dan Norman, e poi Louise Darling e suo marito Tiny, destinati a separarsi, sulla scia di un incontro (e di un amore) tra Louise e lo stesso Dan, che ha la stessa razionalità (e la stessa possibilità di durare!) di un temporale estivo.

E forse è proprio questo il basso profondo che, con vicende e vite altrettanto “basse” che si intrecciano, Drury vuole portare alla luce in La fine dei vandalismi: quel senso di ingovernabilità, di ineluttabile casualità che rende la vita degli uomini sulla terra qualcosa di più di un semplice susseguirsi di gesti meccanici, causali e consequenziali.

L’anti-epopea di Drury

Non ci sono romanticismo, idealismo, eroismo: queste spinte, forse, sono rimaste ancorate nella letteratura del Vecchio Continente e, quando hanno varcato l’oceano, lo hanno fatto per raccontare eroi non anti-eroici (dunque volutamente sconfitti, inetti, alienati, come in Europa), ma anti-epici (ossia presentati come eroi di un’epica non “canonica”, come il Tom Joad di Steinbeck, uno per tutti).

Ma da un’epopea nuova come quella di Furore, l’anti-epopea di Drury e di questo La fine dei vandalismi si differenzia in maniera sostanziale: se, nel periodo del dust bowl e della Grande Depressione, sono le scelte – nette, coraggiose, anche di fronte alla morte o alla miseria, sempre guidate dalla stessa speranza – a definire gli uomini, e dunque anche i personaggi letterari, a Grouse County le scelte non trovano spazio.

Una scelta implica una traiettoria premeditata e, in letteratura, un evento narrativo forse prevedibile, gestito con uno stile ed una drammaticità forse ancor più prevedibili.

tom drury
L’autore

Per il burattinaio Drury – che assiste dall’alto alle vicende dei suoi personaggi, come un vecchio narratore onnisciente la cui espressione si allarga in un ghigno franco e bonario, man mano che si scorrono le pagine – la vita e la scrittura, invece, sono tutte qui.

Sono il nomadismo, la mobilità – e la possibilità di crollare, di essere spazzate via da una tempesta o da una ruspa, da un momento all’altro – del bungalow di plastica e compensato dove lo sceriffo Dan Norman vive; sono una ruota che gira fatalmente, come quelle dei mulini che costellano le fattorie dove, a Grouse County, si lavora, e dove Louise e Dan vanno a vivere insieme, ma dormendo separati; sono una nascita annunciata, ma interrotta; sono una morte prevista, ma rimandata.

La vita e la scrittura, a Grouse County, sono cose che succedono.


Dello stesso editore abbiamo recensito:

Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Panorama di Tommaso Pincio

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