Purity di Jonathan Franzen – Recensione

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Recensione di Purity (Jonathan Franzen, Einaudi – 2016) a cura di Amelia Moro

Pip Tyler ha appena terminato gli studi e non ha idea di cosa fare della sua vita. Sa soltanto che per lei è necessario emanciparsi dall’amore esclusivo, protettivo e ansioso di sua madre, e per questo vive in un appartamento occupato con altri squatter e si svilisce lavorando in un call center.

A sorpresa le capita un’opportunità straordinaria: uno stage in Bolivia presso il Sunlight Project, gruppo di hacker guidati dal carismatico Andreas Wolf, che si occupa tramite internet di “portare alla luce del sole” casi scomodi, notizie insabbiate e ogni genere di segreto mantenuto dal “sistema”.

Per Pip questa è l’occasione per dimostrare quanto vale, ma anche per  allontanarsi in modo netto dalla madre e, forse, per  indagare tramite l’abilità degli hacker del Sunlight Project sull’identità del padre, che le è sempre stata tenuta nascosta. E, non da ultimo, la attrae sottilmente ma irresistibilmente la possibilità di conoscere Andreas Wolf, il puro, l’eroe dalla personalità magnetica e misteriosa che sembra aver selezionato proprio lei per l’occasione che qualunque ragazzo ambizioso e idealista desidererebbe.

Da queste premesse Franzen sviluppa una sinfonia maestosa, una grandiosa costruzione ricca di personaggi, di ambientazioni (California, Bolivia, Germania dell’est, Pennsylvania, Colorado…) e di salti temporali in momenti e spazi diversi, orchestrata in sette capitoli narrati secondo la prospettiva di vari personaggi (Pip, Andreas, Leila, Pip, Tom, Andreas, Pip).

Jonathan Franzen e la critica a internet

È stato scritto su Prismo che “Franzen aggredisce internet con quello che crede sia il corazzato russo (non bolscevico, sia mai) del romanzo realista quando invece si ritrova tra le mani una consolle da videogioco anni Ottanta. All’eterna distrazione e violenza della rete non oppone un sistema operativo diverso, ma uno più vecchio e lento.” e questo è parzialmente vero: l’impostazione di Purity è, infatti, quella del più classico dei romanzi, con buona pace di tutte le teorie sulla morte del genere.

Christian Raimo su Internazionale scrive che: “se lo consideriamo tecnicamente Purity è un manuale di scrittura, ogni pagina ha una costruzione raffinatissima che regge a sua volta una struttura drammaturgica di rara eleganza”. Il gioco dei punti di vista che rivela ogni volta aspetti diversi di uno stesso fatto; lo spaesamento e l’eccitazione generati nel lettore all’inizio di un nuovo capitolo, con il mutare improvviso dell’ambientazione, dell’epoca, degli occhi da cui osservare la vicenda; i dialoghi intensi; le agnizioni; i viaggi e le peripezie: stiamo parlando degli strumenti più antichi e solidi  del romanziere.

Quando  Claudia Durastanti su Prismo scrive: “quello che ha fatto, è stato cercare di impiegare gli stessi effetti di assuefazione e dipendenza innescati dalle serie televisive” mi pare che in questa affermazione ci sia un’imprecisione di fondo: piuttosto, Franzen e le serie tv attingono allo stesso modello, che è quello, appunto, del romanzo (si veda l’articolo di Martina Podestà sul cliffhanger). Insomma chi ha letto i Miserabili, o I tre moschettieri non può sul serio pensare che l’emozione data da un capitolo/puntata che si interrompe “sul più bello” sia un’invenzione della televisione. Questi sono trucchetti antichi come la letteratura. Al massimo li si può accusare, come nella stessa recensione, di essere troppo datati, come “una consolle da videogioco anni Ottanta”.

purity-jonathan-franzen-recensioneSu un elemento mi trovo a concordare con la critica mossa a Franzen: Purity non è un grande romanzo sul mondo di internet (e forse non voleva neppure esserlo). Di quel gigantesco insieme di problemi e possibilità che è il mondo digitale, l’autore affronta solo una sezione, quella dell’informazione (e delle sue differenze rispetto alla divulgazione tramite carta stampata) evitando di trattare altri aspetti peculiari del nostro tempo come, ad esempio, l’ossessione social.

La sua analisi del fenomeno finisce quindi per risultare incompleta e soprattutto distante dall’intensità e dalla lucidità magistrale presente nelle pagine in cui descrive le crisi dei rapporti di coppia e la cronica incomprensione uomo-donna. Il mondo del Sunlight Project non è il vero centro del romanzo, rimane anzi ritratto di scorcio, è piuttosto un pretesto: sia per Pip che per lo stesso Andreas, suo creatore.

Franzen e Dickens

Se questo non è un grande romanzo sul mondo di internet, resta però un grande romanzo: ed è una ragione ben più che sufficiente per leggerlo. Gli strumenti che Franzen utilizza saranno anche quelli antichi, classici del genere, ma sfruttati con un’assoluta maestria. L’autore stesso del resto si richiama esplicitamente ad uno dei grandi nomi della letteratura inglese: Charles Dickens.

Come in Grandi speranze entrambi i protagonisti si chiamano Pip, sono poveri e alla ricerca di un padre (biologico o adottivo che sia), ad entrambi viene offerta una possibilità inattesa che promette di cambiare la loro vita, ma che poi, a dispetto delle grandi speranze riposte, li porta al rischio di approdare ad una condizione ancora peggiore. Queste le analogie più evidenti, anche se, a mio parere, le somiglianze e le riprese dell’opera di Dickens non si esauriscono nel personaggio di Pip.

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Miss Havisham interpretata da Helena Bonham Carter

Anche in Dickens vi è un personaggio ossessionato dalla purezza, da un’ostinata, assoluta coerenza che si esaspera fino alla follia: Miss Havisham. Abbandonata sull’altare dall’uomo che amava, la fanciulla prende la decisione di trasformare la sua intera vita in un monumento di vendetta contro il fidanzato e vive un’esistenza da reclusa, in una villa dove tutti gli orologi sono fermi all’ora del matrimonio mancato, la torta nuziale sta ancora sul tavolo, marcia e circondata di ragnatele, mentre lei veste l’abito da sposa, ormai a brandelli, e si riduce ad un fantasma rancoroso.

Non voglio svelare troppo della trama di Purity, dunque non scendo in particolari, ma chi ha già letto il romanzo certamente noterà delle analogie tra la vendetta di Miss Havisham e quella di Anabel (non nei fatti, certo, ma nella concezione assoluta e crudelmente coerente dell’amore e della giustizia).         

Purity e i personaggi minori

Il romanzo ruota attorno ai punti di vista di cinque personaggi principali: Pip; Andreas Wolf -una versione letteraria di Snowden o Assange, paladino della verità e del mondo nuovo di internet-, “il buon americano” Tom Aberant e la sua compagna Leila, rappresentanti del giornalismo vecchia scuola, difensori della carta stampata e della ricerca sul campo; e infine Anabel Laird, ricca ereditiera figlia di un magnate dell’industria che vuole distruggere il suo legame con i soldi sporchi della famiglia.

Ciascuno di questi personaggi viene scavato approfonditamente all’interno del romanzo, grazie ad una scrittura lucida ed efficace nel rivelare le contraddizioni, i nodi irrisolti, le paure segrete di ciascuno. Particolarmente incisivi i dialoghi, che suonano sempre veri, umanissimi.

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Jonathan Franzen

 

Eppure il talento di Franzen non si esaurisce nell’analisi accurata dei propri protagonisti e riesce a dar vita ad una serie di personaggi “minori” ben caratterizzati. Tra tutti quelli che ho apprezzato di più sono stati Dreyfuss (uno degli svitati coinquilini di Pip) e soprattutto Colleen. Studentessa brillante, bella, con un’intelligenza acuta e un sarcasmo tagliente, Colleen è una delle pupille di Andreas, fedelissima del Sunlight Project. È una delle poche persone che Pip stima, perché guarda il fondatore senza quella patina di ammirazione cieca, di fondamentalismo e sottomissione che guida gli altri membri del gruppo. Eppure, proprio perché tanto cinica e disincantata, Colleen non può illudersi neanche su se stessa e, come se percepisse la sua condanna a personaggio minore, sa che Andreas non la considererà mai al suo livello, e che lei sarà sempre, per quanto favorita, una delle sue sottoposte, destinata presto o tardi a venire rimpiazzata:

Quando Andreas se ne andò, Pip uscì sulla veranda e andò a mettersi accanto a Colleen, che stava fissando il fiume scuro. Era una notte tiepida, e c’erano così tante rane che il loro gracidio era un muro ininterrotto di suono.
«E così il gatto è tornato,» disse Pip. «Questo vuol dire che i topi non balleranno più?»
Colleen si accese la seconda sigaretta e non rispose.
«Me lo sto immaginando,» disse Pip, «o mi stai trasmettendo una strana vibrazione?
«Mi dispiace,» rispose Colleen. «Hai mai visto un uomo ballare con una donna svenuta? Io mi sento come quella donna. Lui mi muove le braccia, mi trasporta in giro per la sala. Ciondolo la testa come una bambola di pezza, ma continuo a fare i miei passi. Come se andasse tutto bene. La buona vecchia Colleen, che manda ancora avanti la baracca.»

Pip

Le donne, in Purity, sono illogiche, inaffidabili e volubili, la loro pazzia limitata a lamentele immotivate, complotti meschini e capricci svogliati, mentre agli uomini vengono concesse furie grandiose, enormi progetti deliranti, gelosie sanguinarie.” (da il Manifesto)

Per i loro romanzi ideologici contro Google che ci rende stupidi, sia Franzen sia Eggers hanno scelto due ragazze appena uscite dal college: non amabili, non stupide ma neanche esattamente brillanti. La misoginia insita in questa scelta è stata molto discussa sulla stampa americana, ma vale la pena concedere loro il beneficio del dubbio. (da Prismo)

Si è parlato di Franzen misogino (del resto, per l’uscita di Libertà c’era stata una polemica su Franzen come odiatore di gatti) ma i personaggi femminili in Purity sono tutt’altro che  inferiori a quelli maschili. Certo Franzen lancia strali contro gruppi femministi in cui si rifugia Annagret, e non manca di rilevare debolezze e difetti sia in Pip, che in Leila, che in Anabel, e in tutti gli altri personaggi femminili del romanzo. Tuttavia lo stesso trattamento è riservato a quelli maschili: non ho trovato affatto un atteggiamento “di parte”. Se anzi dovessi indicare il personaggio che Franzen descrive con più delicatezza e rispetto sceglierei senza dubbio Leila, anche lei non immune da errori nel suo passato, ma degna di ammirazione per la dignità con cui ne paga il prezzo e il coraggio con cui guarda avanti.

In quanto a Pip, non ritengo sia un personaggio stupido o fasullo. Anzi, penso che sia una protagonista molto interessante, capace di fondere elementi del modello di Dickens (anche il Pip di Grandi speranze è, all’inizio del suo percorso di crescita, un personaggio quasi passivo, che tende a subire le decisioni che altri prendono per lui e che fraintende molte delle persone che lo circondano) con elementi tipici del nostro tempo.

Pip è intelligente, sa di esserlo, non vuole farsi abbagliare dal Sunlight Project e rifiuta di farsi ingabbiare in un’ideologia, eppure nella sua apparente incapacità di scuotersi dalla situazione stagnante in cui si trova, nel torpore che sembra dominarla quando pensa al suo futuro, nel livore con cui considera il ragazzo che le ha chiesto di uscire –perché lui ha un buon lavoro, e Pip teme che per questo lui la disprezzerà- si può ritrovare quell’esasperazione tipica della mia generazione tra la coscienza di avere a disposizione un mondo pieno di possibilità, di “grandi speranze” per l’appunto, unito con il timore di fallire le aspettative che gli altri e noi stessi riponiamo, con la sensazione di essere inesorabilmente destinati al fallimento.

Non che le piacesse prendere in giro sua madre. Ma i loro rapporti erano inquinati dall’azzardo morale, un’utile espressione che Pip aveva imparato al corso di economia del college. Nel sistema economico di sua madre, lei era una banca troppo grande per poter fallire, un’impiegata troppo indispensabile per poter essere licenziata per cattiva condotta.   

Purezza

jonathan franzen recensione purity“Purity”, oltre ad essere il vero nome di battesimo di Pip, è anche uno dei concetti cardine del romanzo. Con questo romanzo l’autore sembra volerci dire che il nostro mondo non è fatto per la purezza assoluta. Anche se tanti personaggi si richiamano a questo concetto (in primis Andreas, con la sua missione di portare ogni menzogna alla luce del sole, e Anabel, con il suo rifiuto del capitalismo e le sue scelte di vita alternative), nessuno sembra in grado di sopportarne il peso.

Per fregiarsi del titolo di “puro” occorre un’assoluta, ascetica coerenza che non può essere ottenuta da nessun uomo: tentare questa strada significa scegliere inevitabilmente la solitudine e soprattutto la menzogna (perché ci sarà sempre qualcosa di imperfetto, una piccola macchia, che bisognerà nascondere).

La purezza è una meta irraggiungibile, che brucia e consuma chi tenta di raggiungerla nella fiamma dell’egoismo. Molto meglio ammettere la nostra umana imperfezione, accettare le nostre debolezze, cercare di rimediare agli errori, pazientemente, giorno dopo giorno, e farci forza gli uni con gli altri. La “social catena” di Leopardi,  in definitiva.

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