A pietre rovesciate di Mauro Tetti – Recensione

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A pietre rovesciate… Rovesciarle può darsi sia davvero il modo migliore di catturare una grossa anguilla, nascosta tra i mille ciottoli del letto di un torrente: ribaltare le pietre giuste con una mano, e con l’altra infilzare il capitone prima che si rintani sotto il cavo profondo di una roccia più sicura. O forse “a perda furriada” è soltanto un modo di dire, che conserva il ricordo di una pratica antica nei tratti locali che caratterizzano un dialetto.

Mauro Tetti

L’autore di A pietre rovesciate nasce nel 1986 a Marrubiu (Oristano) e vive a Cagliari. Il suo monologo, Adynaton, ambientato in Sardegna, vince il Premio Masala nel 2011, nel 2013 lo scrittore riceve il Premio Gramsci per inediti ed esce oggi, all’interno della collana “Romanzi” di Tunuè, questo suo primo, onirico, affascinante romanzo.

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Mauro Tetti presenta il suo libro a Genova, nella libreria indipendente Falso Demetrio

Mauro Tetti è ateo, bruno, sozzo, peloso e nerboruto, o almeno questa è l’ironica descrizione di sé che in qualche modo dà all’inizio della narrazione, attraverso il personaggio da cui discende l’intera stirpe protagonista dei 15 capitoli del libro: il solitario Maureddino.

I piani letterari di A pietre Rovesciate

Abele puzzolente assassinato a pietrate dal primo uomo Caino, il Maureddino farà giusto in tempo a fecondare la prima donna dell’Eden, prima di morire lapidato, mentre ancora c’era da dare un nome a tutte le cose. Ma in sardo: una sorta di dialetto isolano è la lingua archetipica dell’universo che va costruendosi nel corso della storia di A pietre rovesciate, poche, solenni parole (tra le più importanti, ad esempio, “Nuraci”) su cui si fonda la vita intera dei personaggi del romanzo e che vengono dalla saggezza degli antichi, rappresentata dalla voce dell’anziano narratore, Nonna Dora.

La semantica

Nonna Dora ha un duplice ruolo letterario. Sul piano della costruzione del romanzo, il suo personaggio pone le basi per quella che è l’ambientazione ‘semantica’ del libro: con il suo vocabolario fatto di metafore e formule ricorrenti (la frequenza del numero ‘dodici’ o di altri simboli nei suoi racconti; l’enfasi che le sue parole danno ai tre elementi “fondamentali”: sole, vento, pietra) trasporta il lettore nell’immaginario messo in piedi dall’autore e ne delinea i confini – se così si possono definire in un romanzo tanto trasversale – logici, spaziali e temporali.

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In copertina: fregio da sepoltura nuragica, uomo stilizzato e capovolto nel momento del trapasso

E bisognerà arrivare fino al IX capitolo prima che l’Io narrante del protagonista prenda il quasi totale controllo sulla narrazione, sostituendola.

Ora è il mio turno, sono io a inventare, prima che lei riapra gli occhi.

Dal punto di vista puramente narrativo, invece, Nonna Dora ha il compito di fare addormentare i bambini protagonisti del romanzo con le sue fiabe, e di educarli.

La narrazione

Dalle immagini e dalle parole degli antichi, tramandate per mezzo di Dora, prende forma la struttura del libro stesso: i capitoli (“Delle pietre”; “Dell’oro”; “Della luna”; etc.) sono un susseguirsi di frammenti, di visioni, in cui il presente si mischia al ricordo che si mischia alla fiaba. Nur è un paesino che sta a dodici minuti dal mare, che nasce dove un tempo erano dodici torri di pietra, attraversato da un canale che ha sul fondo pietre preziose per brama delle quali il paese ha visto susseguirsi regine pietrificate, principesse fotofobiche, maledizioni, guerre, carestie e violenze insopportabili.

Il protagonista, il vero narratore, vive come immerso nel sogno, nei ricordi di infanzia: intorno a lui, fuori o dentro il “vicinato delle case vecchie” dove vive Nonna Dora, sono Giana, la bambina grassottella di cui è innamorato, Mustafa, Mohamed e i tanti abitanti di Nur con le loro storie e i loro segreti.

Sullo sfondo la povertà, le frustrazioni, l’ignoranza, l’avidità e le perversioni della gente di paese: razzismo, zoofilia, pedofilia, droga e tetti in amianto.

A pietre rovesciate: La genesi

Stando a certe informazioni a dire il vero un po’ imprecise diffuse in rete, il titolo con cui fu presentata l’opera all’associazione Casa natale Gramsci, che ha conferito il premio, era Bestiario, forse per una sua iniziale forma meno strutturata e più antologica: a volte animali e uomini si sovrappongo durante il romanzo, senza che però l’accento sia particolarmente deciso su questo accostamento.

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Reperto internautico: una verosimile prima versione della copertina di A pietre rovesciate

Può darsi che stia qui uno dei sensi più intimi del romanzo, la sua essenza nell’equivalente uomo-bestia: una delle sue affermazioni, tra le tante simbolicamente forti, fatte più timidamente.

Tu sei il mio uomo. Diceva a voce bassa. Il cane allora sorrideva, forse. L’uomo era il cane.

Ciò che invece è chiaro è il continuo riferimento alla struttura, alle immagini, alle parole che provengono dall’inconscio della comunità e che determinano inevitabilmente la percezione che del mondo ha il protagonista.

Quando un autore costruisce un ‘orizzonte’, si potrebbe dire un pantheon di immagini (il sole, il vento, la pietra, l’ombra, le streghe, il canale, i tetti, etc.), che traccia il limite dei sensi attraverso i quali il mondo viene interpretato, in quel momento sta costruendo un’anima, una psicologia.

E ripercorrere biblicamente le origini mitiche di Nur nei racconti di Nonna Dora è l’atto autoriale, geniale di Mauro Tetti che solo così può raccontare se stesso e assieme raccontare l’Uomo. Certi astuti accostamenti di parole, di suoni, certe figure sinestetiche, ma verrebbe a volte da dire ‘cachestetiche’…

Dalle fronde dell’albero pendevano siringhe, nessuno le vedeva.

… si inseriscono in una logica tutta interna al romanzo, che cessa di essere un insieme episodico e allucinato di avvenimenti e può venire letto come opera unitaria.

A pietre rovesciate e i «romanzi» Tunuè

In questo senso A pietre rovesciate si direbbe più riuscito di un altro libro, ad esempio, della stessa collana, che è Tutti gli altri di Francesca Matteoni, romanzo diviso in parti tra di loro forse meno coerenti. Rispetto al candidato al Premio Strega Iacopo Barison (per attenerci alla serie diretta da Vanni Santoni) sul fronte creativo Mauro Tetti rimane imbattuto, lì dove in Stalin + Bianca certi tentativi poetici restano sterili esibizioni di spericolatezza letteraria.

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Indecifrabili appunti del Recensore sulla sua copia di A pietre rovesciate

Ma Barison supera Tetti nella narrazione: per quanto fine, musicale, immaginifico, libero dalla consequenzialità, dalla diegesi, dalla linearità, il narratore deve avere pur sempre come scopo quello di comunicare qualcosa all’esterno, di narrare. E A pietre rovesciate rimane un po’ troppo chiuso su stesso, come vedere qualcuno giocare a un gioco di cui conosciamo le regole ma a cui non possiamo giocare.

Forse che l’autore, con questo esordio sorprendente, ha fatto come i suoi protagonisti, quando dicono:

Nella vita avevamo scelto di aspettare, di muoverci leggeri senza mai esserci mossi. Forse che tutto questo: ma eravamo ancora vivi. Seduti sul tetto a guardare il cielo.

Un grande pescatore di anguille che deve ancora trovarla, la pietra giusta da rovesciare.

Milo Kàroli è scrittore, critico letterario e critico musicale. Co-fondatore, su Fischi di carta, della rubrica dedicata ai racconti, ha progettato il sito web della rivista. È autore di “Typhoon 125 – Genova è bella se vista da lontano”.

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