“L’invenzione di Morel” di Adolfo Bioy Casares – Recensione

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Recensione di L’invenzione di Morel (Adolfo Bioy Casares, SUR – 2017) a cura di Francesco Secondo

Oggi, su quest’isola, è accaduto un miracolo. L’estate è arrivata in anticipo.

«In spagnolo sono poco frequenti e anzi rarissime le opere di immaginazione ragionata. I classici praticarono l’allegoria , le esagerazioni della satira e, talvolta, la semplice incoerenza verbale.[…] L’Invenzione di Morel trasferisce nelle nostre terre e nella nostra lingua un genere nuovo. Ho discusso con l’autore i particolari della sua trama. L’ho riletta; non mi sembra un’imprecisione o un’iperbole qualificarla perfetta».

Si esprimeva così Jorge Luis Borges nel 1940, quando venne dato alle stampe il breve L’Invenzione di Morel di A.B. Casares, suo sodale e amico(la copertina della prima edizione, riproposta oggi, è opera della sorella di Borges) , paragonato, per “l’ammirevole trama”, a romanzi come Il Processo di Kafka e Giro di Vite di Henry James. Ora è disponibile in una nuova edizione tradotta e curata da Francesca Lazzarato per Sur edizioni.

L’opera perfetta di Casares

Un innominato naufrago, scrittore in fuga dal Venezuela per motivi politici, sbarca su una misteriosa isola, che dice essergli stata indicata da un commerciante italiano di tappeti conosciuto a Calcutta e che colloca in un punto imprecisato della Polinesia.

Rigogliosissima la vegetazione, le uniche architetture sembrano essere una strana abitazione (“il museo”) e una piscina spesso infestata da insetti, serpi e rane.

Consapevole per primo di non essere adatto alla vita da naufrago(«mi abbandono ormai al mio destino, sono sprovvisto di ogni cosa, confinato nell’angolo più povero dell’isola, tra pantani che il mare sopprime una volta alla settimana», e siamo solo alle prime righe del romanzo-memoriale), il protagonista passa le giornate a cercare di cibarsi e a conoscere meglio l’isola in cui è arrivato(ma è stata una sua scelta? Qualcuno ha scelto per lui? Questi già alcuni enigmi che colpiscono).

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L’Invenzione di Morel (film, 1973, regia di Emidio Greco)

Non molto dopo il suo arrivo il naufrago si accorge di non essere solo: alcuni vacanzieri all’apparenza simili a lui si aggirano per l’isola, prendono il sole in piscina, discutono tra loro. Il nostro naugrafo, narratore non credibile(viene infatti smentito più volte, nelle note a margine, da un fantomatico “curatore” del testo) e alla spasmodica ricerca di indizi che confermino le sue tesi, peraltro ogni volta poco verosimili e sempre più confusionarie (cadendo in pieno in alcuni tragici bias di conferma1), finisce per innamorarsi di una strana abitante dell’isola, Faustine; di lei si sa poco, e man mano che la narrazione procede, sono sempre meno le conferme e avanzano i dubbi.

La donna parla francese con marcato accento sudamericano, le piace il Canada e si accompagna a un misterioso uomo barbuto, che diventa subito, per forza di cose, l’avversario del nostro protagonista; è costui il Morel del titolo(riferimento per nulla velato a L’Isola del dottor Moreau di H.G. Wells).

Ma di pari passo con strani avvenimenti( due soli e due lune in cielo, lo stesso pesce morto per due giorni di fila nell’acquario), un evento inizia a sconvolgere la psiche e le già traballanti sicurezze del naugrafo: gli occupanti dell’isola non lo vedono e non lo sentono, nonostante sia certo del fatto che siano «uomini veri, veri almeno quanto me», e l’amore per Faustine inizia dunque a divenire un tormento, dal momento che lui è come invisibile.

Da qui, una serie di eventi porteranno il nostro protagonista alla terribile scoperta, ottenuta dopo aver trafugato gli appunti di Morel: gli abitanti dell’isola sono morti, quelle che il suo occhio vede non sono altro che immagini registrate e poi proiettate da un misterioso macchinario rimasto in funzione grazie alle maree che si verificano giornalmente sull’isola. Con il tempo, il protagonista ne accetta l’esistenza, si inserisce a sua volta nella registrazione e muore aspettando di trasferirvisi.

Il ruolo dell’arte nell’Invenzione di Morel

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L’Invenzione di Morel (film, 1973, regia di Emidio Greco)

Romanzo che sviscera svariati argomenti in modo ora scherzoso ora tragico, dalle derive tecnologiche alle ossessioni per i ricordi , L’Invenzione di Morel colpisce per la precisione della scrittura e l’estremo rigore, il tutto unito a una tragicità di fondo contraddistinta da atmosfere da fine dell’umanità, tanto da aver indotto lo scrittore Michele Mari a paragonarlo a libri come La Nube Purpurea di M. P. Shields e Dissipatio H. G. di Guido Morselli, in cui tutto ciò che si trova intorno ai protagonisti è cambiato o non esiste più, e il lettore si trova in una dimensione quasi fantascientifica, ma senza cadute nel soprannaturale.

Ha osservato argutamente lo stesso Mari nella postfazione al romanzo : «algido, geometrico, intimamente loico, popolato di algidi emblemi più ancora che di simboli, L’ Invenzione di Morel ribadisce un’antica illusione degli umani: che a divenire immortali sia sufficiente conseguire la Forma: la Forma formata e compiuta, definitivamente sottratta dall’arte alla corrutibiltà della vita».

Nel caso la macchina inventata da Morel dovesse fallire, per il naufrago non rimarrà altro che il suo memoriale-confessione, è la scrittura l’ultimo suo rifugio.

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L’anno scorso a Marienbad

In ultimo, da non sottovalutare e da non tralasciare l’impatto culturale avuto negli anni seguenti da codesto romanzo: oltre ad una interessante trasposizione cinematografica ad opera di Emidio Greco con protagonisti Giulio Brogi e Anna Karina(1973), l’opera di Casares è stata anche ispiratrice di l’Anno Scorso a Marienbad (1961), scritto da Alain Robbe-Grillet per la regia di Alain Resnais.

 

1Processo mentale che consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibiltà a quelle che confermano le proprie ipotesi.

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