L’invenzione della madre di Marco Peano – Recensione

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Recensione de L’invenzione della madre (Marco Peano – Minimum Fax 2016)


La madre di Mattia è ammalata di cancro. Il figlio assiste impotente e cerca di starle vicino come può, ma non c’è nessuna cura possibile. Questa, in tre parole, la trama de l’Invenzione della madre: nel romanzo dell’esordiente Marco Peano non ci sono sorprese e tutto sembra essere già scritto (nel destino, nei referti dei medici, nella mente del figlio, nel corpo della madre).

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Marco Peano

In una società in cui il decadimento fisico e la morte sono un tabù da evitare (o da mostrare in modo edulcorato, oleografico), Marco Peano sceglie di “guardare in faccia la Medusa” (secondo le sue parole nel corso di un intervento all’Altra Metà del Libro), raccontando la malattia senza cadere nella “pornografia del dolore” e nell’ipocrisia dietro a cui tutti talvolta, spesso inconsciamente, ci nascondiamo.

L’invenzione della madre: Una scrittura di silenzi

Per raggiungere questo scopo l’autore sottopone la materia al filtro di uno stile apparentemente semplice ma controllatissimo (il romanzo nasce da ben sette anni di lenta elaborazione), senza abbellimenti retorici, essenziale. Anziché creare delle metafore, lo scrittore accosta semplicemente dei termini, nudi come pietre (“la madre-carrozzina”, “la madre-occhio”).   Come se dopo tante parole vuote -dai discorsi consolatori degli amici, alle metafore militaresche dei medici che devono “combattere” il male- si sentisse il bisogno, per raccontare questa storia, di un narratore che riferisca i fatti senza espressioni artificiose e magniloquenti, quasi sottovoce.

Un elemento importante è quello costituito dalle pause di silenzio, espresse attraverso l’ampia paragrafazione che interrompe i brevi episodi, come se tra un’immagine e un’altra vi fosse lo spazio per un lungo respiro. Diffuso è anche l’uso della parentesi, perché, come dichiara Marco Peano in un’intervista a Nuvole d’inchiostro: “La parentesi è un modo pudico per dire cose importanti, è quasi come se, anziché urlarle, le sussurrassi perché sono più preziose.”

La narrazione si sviluppa attraverso brevissimi capitoli (quasi delle istantanee) delle giornate di Mattia, di cui conosciamo l’abnegazione e il coraggio, ma anche i momenti di debolezza, le piccole vigliaccherie, gli scatti di rabbia, che lo rendono così imperfetto e così umano.

Quando Mattia aveva consegnato la parrucca alla madre, lei subito se l’era messa sulla testa di fronte all’amica, proprio come, magari trent’anni prima, poteva aver mostrato quanto fossero belle le sue scarpe nuove.

L’altra si era affrettata a dire che sì, in effetti le stava molto bene, quasi non si sarebbe detta una parrucca – per fortuna poi la madre se l’era tolta, dando sollievo a tutti. Mattia temeva che, proseguendo con i complimenti, l’amica potesse arrivare a dire a sua madre che quella parrucca le donava più dei suoi veri capelli. Anzi, ora che ci pensava, magari anche lei poteva fare un po’ di radioterapia per poterne indossare una uguale (del resto, rientrando a casa, forse quella donna avrebbe concluso il racconto della visita riferendo al marito: Sarebbe potuto capitare a noi).

Solo Mattia aveva notato come il bicchiere con l’aranciata, mentre la madre aveva in testa la parrucca, avesse tremato per un attimo nella mano dell’amica.”

L’esperienza universale della malattia

Il mondo di Mattia e della sua famiglia è un mondo piccolo, claustrofobico, abitato da pochi personaggi: la malattia si insinua in ogni rapporto, in ogni amicizia, perché nessuno può dare sollievo al loro dolore, o comprenderlo pienamente. Ammorba anche gli oggetti, trasfigurando ogni aspetto della realtà: nella vita di Mattia, ogni cosa, anche gli elementi più quotidiani e familiari -e non solo gli “intrusi” come la parrucca, la carrozzina, i medicinali-, possono di colpo tramutarsi in un simbolo angosciante (i dvd, immessi sul mercato l’anno in cui nella madre sorgono i primi sintomi; l’edera comprata da appena sposata, che le sopravvivrà; il gatto, che come lei si ammala…). E in tutta quell’angoscia, resta a Mattia la consapevolezza che quei giorni sono in qualche modo speciali e preziosi, perché gli ultimi che passerà con la madre.

Questa ascetica volontà di sfrondare dal superfluo per giungere al cuore della paura, dell’inadeguatezza, dell’amore, fa sì che la storia, pur partendo dall’esperienza autobiografica, diventi universale. Il timore di soffrire, di crescere, di dimenticare: tante sono le sfumature che lo scrittore affronta in questo romanzo, con una voce diretta, ma mai crudele, rigorosa e tenera insieme, piena di compassione per ogni forma di umana debolezza.

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