L’inondazione di Evgenij Zamjatin – Recensione

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Recensione de L’inondazione (Evgenij Zamjatin – a cura di Daniela di Sora, Voland 2016)


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“Noi” di Zamjatin, precursore di “1984” di Orwell

L’inondazione è uno dei primi titoli della collana digitale e.klassika (Voland), dedicata a capolavori della letteratura russa oggi introvabili. Il nome stesso dell’autore forse dice poco ai più; eppure la sua opera più importante, Noi, rappresenta nientemeno che l’antecedente della letteratura distopica novecentesca e in particolare di 1984.

L’inondazione, come spiega la curatrice Daniela di Sora: “solo in apparenza non ha la carica accusatoria delle opere precedenti”.

Nell’incipit, l’autore focalizza lo sguardo su una Russia che ha visto la guerra e la rivoluzione, eppure che appare sempre uguale a se stessa; solo il carbone è cambiato (“prima veniva da Cardiff ed ora dal Donec”), forse addirittura in peggio. Questa Russia è lo sfondo e insieme la proiezione della vicenda di una coppia dall’ equilibrio precario.

Microcosmo e macrocosmo, ordine naturale, destino universale e storia privata sembrano aver stretto un legame inesorabile.

Per tutta la notte il vento del litorale batté alla finestra facendo tintinnare i vetri, l’acqua della Neva saliva. E come legato alla Neva da invisibili fili, anche il sangue saliva”.

Alla tensione del fiume risponde il sangue dell’uomo, che ribolle nelle vene poco prima dell’amplesso, ma anche il “sangue di donna”, tanto naturale quanto indesiderato, anticipato da un incubo. E’ anche attraverso l’ambiguità fra sogno e realtà che il narratore mette a nudo l’essenza dei due protagonisti, tanto più sottile e resa in maniera efficace quando vediamo Sof’ja correre, singhiozzare, inciampare, cadere, toccare “qualcosa di umido” e solo alla fine svegliarsi dallo spavento, con le mani sporche di sangue.

La storia tragica di una famiglia

Trofim Ivanyč e Sof’ja vivono come una vera e propria frustrazione l’attesa del figlio tanto desiderato che ogni mese manca al suo appuntamento. Decidono così di adottare Gan’ka, la figlia di un falegname malato di tifo, quando la piccola rimane orfana. Ma Gan’ka si relaziona solo con il padre adottivo, mentre si limita, in alcuni momenti, a guardare fisso Sof’ja attraverso i suoi occhi verdi da gatto. Un giorno, tornata a casa prima del solito,

sulla soglia apparve Gan’ka, scalza, con indosso solo una spiegazzata camicia rosa. Si fermò impietrita, la bocca e gli occhi spalancati su Sof’ja. […] Quasi immediatamente entrò Trofim Ivanyč. Era vestito, evidentemente non aveva ancora fatto in tempo a spogliarsi”

Gli argini del cuore di Sof’ja non possono più contenere la piena dei suoi sentimenti, proprio come quelli della Neva la furia dell’acqua: il mondo sembra essersi fatto carico del dramma, fino a sfociare nell’inondazione, che può essere facilmente letta come una metafora concretizzata all’ ennesima potenza dall’autore.

Poco più avanti, il cuore della donna verrà di nuovo inondato, questa volta dall’odore del sudore della ragazzina: così, in un attimo, Sof’ja abbatte una scure sopra di lei. Zamjatin privilegia il silenzio, si affida a immagini che si susseguono alla maniera di un film muto.

L’inondazione e il suo mondo simbolico

L’autore sceglie, a seconda della necessità, di allargare e restringere l’inquadratura e di soffermarsi su questo o quel particolare dell’ambiente (le nuvole; una mosca, prima prigioniera in un barattolo, poi attirata dal cadavere) e dei personaggi (le labbra di Sof’ja; il suo ventre che brucia; l’odore di Gan’ka, la frangia bionda, le ginocchia tenute larghe; i denti dell’uomo) che ricorre, esemplificando un sentimento.

Il cuore di Sof’ja scandisce un tempo tutto suo, che sembra influenzare il pendolo, più volte paragonato a un uccello agitato: lo stesso animale simbolo della donna, così come, per antitesi, il gatto rappresenta Gan’ka: ambiguo, espressione di una certa sensualità (la stessa della ragazza, attratta dai giovanotti del vicinato e desiderata dal padre adottivo).

L’azione, rapida e lineare, deve molto a un linguaggio essenziale, che si nutre della metafora e della similitudine, che si affida non alla retorica e alla descrizione, ma all’ incisività dell’impressione per meglio rappresentare la tensione.

Evgenij Zamjatin riesce così a farsi interprete di un clima di precarietà e di violenza, rappresentando il fallimento di una Rivoluzione che non ha significato la liberazione della donna dal peso della maternità a tutti i costi e dal servilismo (Sof’ja), che ha lasciato i più deboli vittime di soprusi e del proprio destino (Gan’ka), mentre l’operaio “Trofim Ivanyč non somiglia affatto al costruttore di un mondo nuovo”, come scrive Daniela di Sora. Una voce vitale, originale e coerente che merita davvero di essere riscoperta.

 

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