L’altra figlia di Annie Ernaux – Recensione

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Recensione di L’altra figlia (Annie Ernaux, L’orma – 2016) a cura di Francesca Gallo


Annie Ernaux, nello spazio straordinariamente breve di sole ottanta pagine, riesce con la sua scrittura asciutta ed evocativa a insinuarsi nelle pieghe di un dramma tenuto nascosto per una vita intera.

L’altra figlia è un breve racconto, edito in italiano da L’orma, scritto sotto forma di lunga lettera indirizzata alla sorella dell’autrice, Ginette, morta di difterite nel 1938 a soli sei anni, due anni prima della nascita di Annie.

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Annie Ernaux

L’esistenza segreta di questa sorella che Annie non ha mai conosciuto, diventa un’ombra concreta e ingombrante che si allunga sull’intera vita dell’autrice. Durante una conversazione involontariamente origliata a soli dieci anni, la madre le rivela la tragica morte della primogenita e pronuncia parole fatali: la figlia scomparsa era «più buona di quella là».

Santa, irreale, buona, conservata nei cuori dei genitori come in un tabernacolo sacro e inaccessibile, la sorella spodesta l’autrice e ne sposta il peso e il ruolo. Non si trova più nella posizione della figlia unica investita di tutto l’amore dei genitori, ma diventa improvvisamente l’altra figlia.

Il ricordo e la parola

Queste parole creano una distanza insormontabile tra le due sorelle; una distanza che l’autrice cerca di indagare, inoltrandosi in un terreno fangoso, rievocando continuamente episodi, interrogandosi, accompagnando il lettore con frasi brevi, piene di vuoti e di a capo dove i dettagli sono incisi, rievocati e fermati in un’istantanea che non può ingiallire.

Qui entra in gioco la grande capacità dell’autrice: nonostante il tema sia senz’altro cupo, la lettura dà tutt’altra sensazione. Leggendo le pagine si ha l’impressione di sfogliare un album di famiglia, si percepisce il dramma, ma come attraverso una grande distanza, come se non fosse quello il vero centro.

Ernaux, con semplicità e finezza, collega alla morte della sorella un altro fatto fondamentale, intessuto indissolubilmente con il primo nella sua coscienza. Anche Annie ha rischiato di morire, a cinque anni si salvò miracolosamente dal tetano. Ginette è morta, la figlia più buona è stata strappata ai genitori, mentre Annie, la «scapestrata», è più che viva: miracolata. L’orgoglio per essere stata scelta dalla vita si mescola al senso di colpa.

Annie Ernaux e il ruolo della scrittura

La scrittura aiuta Annie a sciogliere questo nodo: se la sorella non fosse morta Annie non sarebbe mai vissuta. I genitori potevano permettersi un solo figlio. Attraverso questa cruda verità l’autrice riconosce nella scrittura lo scopo della propria vita, legandolo al destino della sorella:

Io non scrivo perché tu sei morta. Tu sei morta perché io possa scrivere.

La scrittura è la vera protagonista in filigrana di questo libro. Sono le parole a creare la distanza tra le due sorelle e le parole tentano di ricucire questa voragine. Il linguaggio diventa mezzo di analisi e medicina dell’anima, ma non solo. La parola è lo strumento per dialogare con i defunti – il pensiero va subito a Foscolo; la parola stabilisce le connessioni tra ricordi e il reale, la parola dà le chiavi per poter andare avanti.

Ma la parola agisce anche con la propria assenza, come incapacità di dire:

Ho l’impressione di non avere una lingua per te, per dire di te […]. Sei fuori dal linguaggio dei sentimenti e delle emozioni. Sei l’anti-linguaggio.

La parola come letteratura che emerge costantemente con citazioni esplicite: Kafka, Pavese, Brontë, Éluard, Claudel, Beauvoir, ma anche narrativa per ragazzi come Barrie e il suo Peter Pan, tutti contribuiscono, tutti aiutano l’autrice in questo coraggioso e tenerissimo tentativo di «sviluppare una pellicola conservata in un cassetto per sessant’anni».

Infine, ancora con la straordinaria capacità della scrittura di raggiungere i destinatari più impensabili, si chiude questa bellissima indagine dell’animo. I lettori potranno beneficiare di una lettera di cui non sono i destinatari, così come lei ha ricevuto a sua volta, col racconto involontario della madre, una rivelazione a cui non era destinata.

 

 

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