“La vegetariana” di Han Kang – Recensione Libro

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Recensione di La vegetariana (Han Kang, Adelphi – 2016) a cura di Amelia Moro


Sarà forse capitato a voi in prima persona o avrete forse notato fra chi vi circonda, una sensazione di fastidio, irritazione, a volte quasi di indignazione, scatenata dallo scoprire che qualcuno di vostra conoscenza ha scelto di diventare vegetariano.

Il motivo di questo disagio è forse dovuto al fatto che una decisione del genere in qualche modo ci mette in crisi su più piani diversi, poiché va a toccare sia la sfera etica (mangiare carne non è giusto), che quella della salute (mangiare carne non è sano), che quella sociale (“non mangio ciò che mangiate voi, non condivido il vostro cibo”, che si converte, da parte dell’interlocutore, nel subitaneo pensiero: “e se lo invito a cena, cosa gli posso dare?”).

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Ph. Ren Hang

Osservandosi negli occhi del vegetariano come in uno specchio, il carnivoro si sente attaccato, visto come una persona che  si nutre in modo insano ed eticamente scorretto: questa scelta risulta come una provocazione, un insulto indiretto, e da qui il fastidio e le reazioni di irritazione. Nel suo piccolo, un vegetariano sovverte l’ordine sociale, va contro regole non scritte.

La scelta di Yeong-hye

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Ph. Ren Hang

Han Kang intercetta questo disagio, questa sottile venatura di inquietante, di “fuori dalla normalità” insito nella scelta del rifiuto della carne, e ne fa le premesse per il suo La vegetariana  – vincitore del Man Booker International Prize 2016 – che poi, però, si evolve verso strade del tutto diverse.

Come infatti è stato scritto, anche se il romanzo prende le mosse dalla scelta della protagonista di non nutrirsi più carne, in realtà – e a dispetto del titolo ingannevole – questo non è affatto un romanzo su una vegetariana.

Il percorso compiuto da Yeong-hye è assai più complesso e radicale: dall’iniziale rifiuto della carne passerà al totale ripudio di ogni forma di alimentazione, da un primo aperto distacco dal marito perché “puzza di carne” fino al totale allontanamento da ogni affetto e al completo ripiegamento su se stessa.

Di fronte all’incomprensione di chi la circonda, di fronte alle interpretazioni più varie che vengono attribuite alla sua scelta (dapprima semplice stravaganza e testardaggine, poi anoressia, depressione, follia) Yeong-hye oppone la ferma ed incrollabile volontà di mantenersi coerente nelle sue scelte.

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Ph. Ren Hang

Tormentata da un male oscuro che la attanaglia, e che si concretizza fisicamente in un dolore bloccato all’altezza del petto, la protagonista aspira alla liberazione attraverso una forma estrema di ascesi. Alla vista di una quotidianità malata, corrotta dalla violenza, che i suoi sensi acutizzati fino all’esasperazione percepiscono satura di odori di putrefazione e di morte, Yeong-hye sogna di liberarsi dalla schiavitù dell’umano per farsi pianta, tutt’uno con la natura, un essere libero dal tormento dei pensieri, che si nutre solo d’acqua, aria e luce.

Il vuoto centrale

Il romanzo ruota, apparentemente, intorno ad un’aporia: la protagonista rimane un personaggio misterioso, sfuggente, la portata del suo dramma interiore colpisce il lettore senza che questi riesca ad afferrarne chiaramente i contorni, a classificarlo.

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Ph. Ren Hang

Il cuore pulsante dell’opera si avvita intorno a quest’assenza di spiegazioni definitive e chiare, che però si configura, più che come un vuoto, come un pieno oscuro ed estremamente denso, una sorta di buco nero. Poco viene spiegato, ma molto viene evocato e suggerito, lasciando al lettore una molteplicità di interpretazioni possibili da approfondire.

L’autrice, infatti, sceglie di descriverci Yeong-hye dall’esterno, attraverso i diversi punti di vista – inevitabilmente parziali e deformanti –  di altri personaggi, che come il lettore stesso, si trovano confusi nel cercare di interpretare le laconiche e inquietanti risposte della donna.

Questo perché, come dichiara l’autrice stessa in un’intervista a Rivista Studio, “Il fatto che venga sempre vista dagli altri la rende soggetta a continui malintesi, anche da parte del lettore. Tutti gli sguardi in contrasto tra loro falliscono quando vogliono dirci la verità su qualcuno o qualcosa. Succede anche a Yeong-hye, quando smette di mangiare carne. Lo spazio vuoto […] è fondamentale affinché il lettore resti libero di tracciare il “suo” personale volto della protagonista, che non racconta mai in prima persona. Voglio che sia il lettore a decidere quali sono le ragioni per cui Yeong-hye smette di mangiare carne e in virtù delle quali spinge fino all’estremo questa scelta.”

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Ph. Ren Hang

Il gioco dei punti di vista nella Vegetariana

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Ph Ren Hang

Tre sono le voci che si alternano nel racconto, e la prima è quella del gretto marito, a cui spetta l’onore di pronunciare l’ incipit fulminante del romanzo:

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno.

sotto il suo occhio impietoso e freddo la scelta di Yeong-hye  sembra dettata da un’improvvisa follia, che trasforma la moglie docile e servizievole in un essere mostruoso (e Han Kang è abilissima ad alzare il tono della tensione fino a rendere la narrazione, in alcuni passi, una vera e propria storia dell’orrore).

Successivamente la vicenda è narrata dal punto di sta del cognato, artista visivo che individua nella protagonista una sorta di musa ispiratrice, tormento e passione della sua vita, e che sembra più di tutti percepirne l’intensità mistica:

la sua calma accettazione […] gliela faceva apparire come qualcosa di sacro. Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non la si poteva definire una «persona», ma non era nemmeno esattamente una creatura selvaggia – più un essere misterioso che possedeva le qualità di entrambe.

La chiusura spetta al racconto accorato e umanissimo della sorella, che sembra interpretare quel rifiuto del cibo e del contatto umano, e in definitiva della vita stessa, come una risposta al dolore, alla percezione insostenibile dell’insensatezza del quotidiano, che lei stessa avverte e a cui oppone, per riuscire a sopravvivere, la fede negli affetti, soprattutto nel figlio.

La scrittura di Han Kang

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Ph. Ren Hang

Lo stile dell’autrice sudcoreana è estremamente scarno, controllatissimo ed efficace.

L’effetto ottenuto è quello – come lo definisce l’autrice stessa– di un’ “intensità sobria”, al punto che, pur nell’estrema misura della scrittura, il romanzo raggiunge alti momenti di tensione anche in scene in cui, apparentemente, non accade quasi nulla, e sa ispirare profonda inquietudine ed angoscia senza cadere mai nel patetico, senza che vi sia una parola di troppo.

Efficace il gioco sul cromatismo, dove alcuni colori ritornano in modo ossessivo nella narrazione, quasi a riprodurre la sensibilità esasperata della protagonista: come l’azzurro della macchia mongolica, e soprattutto il rosso del sangue, della carne cruda, del rossetto.

Purezza

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Ph. Ren Hang

Scritto nel 2007, il romanzo è stato tradotto in inglese soltanto nel 2015, stesso anno in cui in America esce Purity: lo stile e le tecniche narrative dei due autori sono diversissime, ma lo scarno romanzo della scrittrice sudcoreana e il massiccio volume di Franzen mantengono come punto comune la riflessione sul tema della purezza, sul bisogno estremo di una forma di libertà ottenuta attraverso una scelta di rinuncia ascetica, attraverso l’esercizio fermo e costante della coerenza, spinto fino al rischio del totale isolamento. Ma là dove Franzen sembra proporre una via di salvezza negli affetti umani, Han Kang sceglie di non fornire risposte, e lascia il lettore a fissare il baratro di una domanda.

 

 

 

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