“La campagna Plaxxen” di Nicola Pezzoli – Recensione

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faccio parte di quei cinque-sei milioni di italiani del cazzo che si credono scrittori, incuranti del dettaglio che in Italia non legge nessuno (compresi loro). Probabilmente sogniamo tutti di venire un giorno tradotti in francese, in danese, in giapponese, di venire letti da gente colta in paesi civili. Dimenticavo: il mio blog si chiama Peppermint, e il mio nickname di blogger è Zio Pep”.

Dallo Zio Scriba del linkazzo del skritore allo Zio Pep di Peppermint 

Nicola Pezzoli mostra fin dal prologo di questo romanzo breve il suo lato più critico, quello di Zio Scriba, che dalle pagine del suo blog traccia un ritratto impietoso della società contemporanea. L’intento polemico e dissacrante viene espresso sfruttando le potenzialità plastiche del linguaggio, che la creatività di Pezzoli porta ad esiti personalissimi: qui sta la cifra stilistica dell’autore. Basti pensare al soprannome che il protagonista affibbia alla ex moglie: la “Mantide Livorosa”.

Zio Pep fa del suo blog un “rifugio”, in cui decide di dare spazio alla storia di un barbone, Polaschi, conosciuto in seguito ad una scommessa. Polaschi è l’ideatore della campagna pubblicitaria per il collutorio Plaxxen, ricordata per aver fatto schizzare le vendite di un prodotto non di certo essenziale “dallo 0,2 al 39,4%”, che “in questo vuoto spinto di banalità condizionante e imbecillità imbroglioncella” quale è il mondo dei sedicenti “creativi” della pubblicità, “altro non fa, in apparenza, che riciclare lo stesso consunto cliché della bellafiga per vendere ariafritta”; salvo poi ritrovarsi in strada dopo aver spifferato l’idea al suo capo (dall’ironico nomen omen “Mike Morigerato”) ed essere stato licenziato.

Nicola Pezzoli tra giallo, noir e distopia

Sulle pagine del blog, riportate con tanto di commenti dei lettori, la vicenda intorno alla campagna Plaxxen si trasforma in un’inchiesta sui traffici di Mike Morigerato e su un prodotto dalle ben 144 varianti corrispondenti ad altrettante proprietà, che ha successo su “uno dei popoli più pecoroni del mondo, lobotomizzato dalla televisione, primo nelle classifiche d’acquisto di abiti firmati e stoltus symbol vari”, quello di “Lobotom-Italy”, che predilige il “143 biancosporco e con retrogusto orzata” solo per la sua introvabilità.

Il gusto per il neologismo e la radicalità della polemica nei confronti del consumatore-tipo forgiato dalla televisione, trovano la loro dimensione nel territorio del paradosso, del surreale, fino quasi alla distopia. Sembra davvero di essere catapultati in un’ipotetica “Lobotom-Italy”, quella dai 144 colori del collutorio Plaxxen, che nasconde però le tinte fosche di un mondo senza valori, che per arricchirsi punta a risvegliare gli istinti più bassi della gente, che ricorre alla censura e alla violenza nei confronti di chi tenta di smascherarlo, coinvolgendo persino la polizia. E’ l’ambientazione perfetta per una storia che assume fin da subito i connotati del giallo, per poi declinare nel noir.

La campagna Plaxxen: La vita dietro il blog

La narrazione si articola essenzialmente su due piani narrativi, condivisi dagli interventi sul blog e dalle pagine del diario personale in cui è suddiviso il romanzo: la vicenda di Polaschi intorno alla campagna Plaxxen e la vita privata del protagonista. Zio Pep è padre di un bambino down, affettuoso e intelligente, vittima di una “società lercia e ipocrita che dice che lui è esattamente uguale a tutti gli altri. Ma solo per poterlo sfruttare come schiavo, quando verrà il suo turno, senza rimorsi di coscienza”, attorniato da ragazzini interessati solo ai videogiochi, degni figli di padri “ottusi neanderthaliani del profitto”, “disciplinati scopamoglie pocosessuali ma muulto spendaccioni per lo shopping firmato delle loro alberodinatalizzate lei”.

Il protagonista prova per il figlio un sentimento forte che, nonostante tutto, lo porta a vedere l’Universo come “un cuore che batte”, senza però cadere in facili sentimentalismi. L’Amore in tutte le sue forme e manifestazioni, rappresenta l’unica forza in grado di resistere a al “non pensiero” unico, che può trovare il suo spazio solo ai margini di questa società malata, nella scelta di vita autentica e libera dei barboni così come nelle pieghe della quotidianità di un blogger solitario, che ci dimostra quanto riflettere e provare emozioni vere siano più strettamente collegati di quanto pensiamo.

Nicola Pezzoli riesce a dare una lettura ferocemente tragicomica della società, soprattutto italiana, ma offrendo anche un’alternativa. Questo obiettivo si concretizza attraverso una narrazione agile, orchestrata in maniera sapiente attraverso i diversi piani e punti di vista dei personaggi (tutti, anche quelli in apparenza insignificanti, funzionali alla vicenda e non semplici “spalle”), con finale a sorpresa.

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