“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf – Recensione libro

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Recensione di Le nostre anime di notte (Kent Haruf – NN, 2017) a cura di Emanuele Pon

Aprendo la cartina inventata che NNE ha creato per ogni pubblicazione italiana di Kent Haruf e scorrendo le pagine di questo Le nostre anime di notte – si scopre Holt: un luogo altrettanto inventato, una cittadina immaginaria nel pieno centro del Colorado, e dunque situata dove, degli Stati Uniti, risuona il basso più profondo.

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la mappa di Holt

Il mondo di Holt

Holt è fatta di strade che s’incrociano, tagliando la sua Main Street: ci sono l’alimentari, la drogheria e il pub; c’è la stazione del treno, ci sono la scuola e il tribunale. Le case e le fattorie. La lavanderia a gettoni. Una cittadina normale, e il punto è proprio questo: un posto immaginario e normale come Holt non necessita di particolari parole, fronzoli o storie. Quel che serve ed è funzionale, tanto quanto gli incroci delle sue strade, è l’incrocio delle vite di chi la abita: vite qualunque, in una qualunque piccola città.

È il paese stesso a fungere da collante della narrazione, divenendo la Terra di Mezzo prosaica di Haruf: il fatto che il Racconto di Holt sia uno soltanto, animato da diramazioni e declinazioni – racconti nel Racconto – è testimoniato dall’incipit del romanzo.

E poi ci fu il giorno in cui Addie Moore fece una telefonata a Louis Waters

Ci troviamo in una Holt in medias res, sappiamo che questa storia è preceduta da sorelle maggiori, e sarà seguita da sorelle minori.

La trama è esile quanto la mole del libro stesso, ma del resto quanto lo è la vita dei personaggi che la animano: Addie e Louis abitano a pochi isolati di distanza e condividono, oltre al quartiere, la solitudine e l’età avanzata. Per rompere l’equilibrio della quotidianità, nella piattezza di Holt, basta una proposta altrettanto piatta: Addie suggerisce a Louis di andare a dormire da lei “qualche volta. Per parlare”.

I protagonisti del romanzo

I due protagonisti somigliano alle frasi ed ai dialoghi scolpiti – più che scritti – da Haruf: sanno di non aver nulla da perdere, meno che mai il tempo. Condividere l’intimità della notte è l’unico modo per accelerare – l’impressione è quella di un beneducato “salto dei convenevoli” – pur restando fermi. Come se, di notte, la vita scorresse meno.
Al riparo dalla luce del giorno, Addie e Louis si ri-conoscono; tra le pieghe delle lenzuola e delle battute scarne, tra le rughe di tempo dei corpi nudi (che si toccano, ma con una purezza che raramente si è percepita in una coppia di figure letterarie) i due condividono, prima di tutto, la solitudine.

Ci vuole coraggio: quando il giorno irrompe, arriva con lui la realtà del paese. Le occhiate storte, le battute acide (in una cornice dove tutti conoscono tutto di tutti), ma soprattutto l’arrivo inaspettato di Jamie, nipote di Addie, impongono ai due protagonisti di fermarsi a considerare ciò che stanno facendo. La presenza forzata di Jamie (il bambino è lasciato dalla nonna paterna mentre i genitori discutono di una possibile separazione), tuttavia, è vissuta da Addie e Louis come un ulteriore collante per il loro rapporto.

È a questo punto che il destino piatto di Holt comincia a gravare sulle spalle della coppia: la relazione è giudicata scabrosa, non è accettata da una comunità chiusa, abitudinaria e gretta, impersonata in primis dalla ristrettezza di vedute di Gene, figlio di Addie e padre di Jamie. Così la favola innocua, innocentemente vitale di due vecchi soli con i giorni contati, si trasforma in una obbligata scelta di vita, sporcandosi di rimpianto.

La storia di Le nostre anime di notte non è un dramma, una narrazione epica o allegorica: è il racconto di un’occasione avuta e poi persa, non si sa come, non si sa perché. D’altronde, così è tutta la vita che accade a Holt. Cose che succedono e poco più; storie personali volutamente insignificanti, che vengono raccontate da Haruf escludendo, altrettanto volutamente, qualsiasi possibilità di una scrittura complessa, “letteraria”.

Haruf e l’eredità del romanzo americano

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L’autore

Assimilando la lezione del minimalismo, Haruf lascia che siano i suoi dialoghi asciutti e spigolosi a parlare: non c’è un narratore onnisciente, posto al di sopra dei personaggi, poiché non ce n’è alcun bisogno. La penna di Haruf funziona, piuttosto, come un collante dal basso, che tiene insieme le vicende e lascia che siano soltanto queste ad emergere, senza intermediari.

Se è presente l’eco delle battute affilate dei racconti raccolti da Carver in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Haruf mostra di inserirsi in un solco ben più profondo e “tradizionale”: quello del romanzo corale, costruito sull’intreccio delle vite dei personaggi, alla ricerca di una verità che sia, possibilmente, semplice ed universale ad un tempo.

Immergetevi nell’epopea senza epica di Holt, e troverete un filo rosso che da Haruf risale a Steinbeck e Faulkner, e che ha subito una tensione da parte di chi sta nel mezzo: i racconti di Cheever, Carver, McCarthy. Troverete che Holt può essere la città perfetta per mettere in scena il nuovo grande romanzo americano, o almeno una sua possibilità.

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