“L’inseguitore” di Julio Cortázar – Recensione libro

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Recensione di L’inseguitore (Julio Cortázar, SUR – 2016) a cura di Matteo Valentini


l'inseguitore cortazar surInsieme a “Sii fedele fino alla fine”, tratto dall’Apocalisse, è “O make me a mask” l’epigrafe che Julio Cortázar sceglie per il suo racconto, L’inseguitore, contenuto nella raccolta Le armi segrete (1959) e recentemente ripubblicato in Italia da SUR con una nuova traduzione a cura di Ilide Carmignani, che sul titolo devia dalla lezione einaudiana di Cesco Vian (Il persecutore), richiamando esplicitamente uno dei passi che meglio inquadrano il protagonista del racconto, Johnny Carter:

Ora so […] che Johnny insegue invece di essere inseguito, che tutte le cose che gli stanno capitando nella vita sono gli imprevisti del cacciatore e non dell’animale braccato.

Johnny Carter / Charlie Parker

Johnny Carter è l’alter-ego letterario di Charlie Parker, deceduto nel 1955, di cui Cortázar racconta gli ultimi controversi anni di vita. Il narratore argentino, in realtà, si concede parecchie libertà nel delineare la figura di Parker, per esempio ambientando a Parigi, e nel medesimo periodo, la prima, leggendaria incisione di Lover Man del 1946 e la morte per polmonite della figlia Pree, avvenuta nel 1954.

Nica de Koeningswarter

Ma la volontà di Cortázar non è certo quella di stendere una biografia (risulterebbe inutile, allora, chiamare Bee la figlia Pree Parker; Lan la moglie Chan Woods; Tica la mecenate e amante Nica de Koeningswarter…): L’inseguitore tende invece a delineare un ritratto esistenziale di Charlie Parker, in cui trovano posto molti concetti topici di Cortázar, come l’identità multipla dell’individuo, la confusione fra esterno e interno, l’affannosa ricerca del “centro”, fino a creare un personaggio e una vicenda a tutti gli effetti letterari.

Bruno

La voce narrante in prima persona è quella di Bruno, critico musicale per “Jazz Hot” e amico di Johnny, che a poche righe dall’inizio viene apostrofato così: «Ecco il mio amico Bruno, fedele come l’alito cattivo».

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Charlie Parker

La fedeltà di Bruno a Johnny, in effetti, non può essere messa in discussione, l’abnegazione con cui tenta di rimediare ai suoi danni è oggettivamente ammirevole. “Sii fedele fino alla morte”, d’altronde.

Ma alla base di questa fedeltà si nascondono l’egoismo e l’invidia, sentimenti che fanno di Bruno un narratore imperfetto, per nulla oggettivo e, anzi, spesso all’oscuro di quello che passa per la mente del suo campione:

Invidio Johnny, quel Johnny dall’altro lato, senza che nessuno sappia cos’è esattamente quell’altro lato. Invidio tutto meno il suo dolore.

E tanta è l’invidia di Bruno quanto nascosto è il genio di Johnny, che emerge dalle sue fughe verbali e musicali per poi sparire in un groviglio di voglie e atteggiamenti primitivi:

Si resta molto più al di fuori di Johnny che di un qualsiasi altro amico. Nessuno può essere più banale di lui, più comune, più legato alle circostanze di una povera vita.

la sua differenza rispetto agli altri

è segreta, irritante perché misteriosa, perché non ha alcuna spiegazione. […] Viene subito voglia di dire che Johnny è come un angelo fra gli uomini, finché un’elementare onestà non obbliga a rimangiarsi la frase, a rovesciarla bellamente e a riconoscere che forse in effetti Johnny è un uomo fra gli angeli, una realtà fra le irrealtà che siamo tutti noi.

Il centro ne L’inseguitore  e in Rayuela      

Johnny Carter è uno di quei personaggi cortázariani che non cercano il proprio “centro”, la propria “unità”, nel reale o nella Ragione, ma in una dimensione terragna e surreale, rifiutando sia l’astrazione sia il legame con il contingente; sia la trascendenza sia le proposte della realtà.

La ricerca dell’unità (o del centro) è uno dei temi forti di Cortázar, compiutamente espresso nel successivo Rayuela (1963):

L’unità, certo che lo so. Tu vuoi dire che tutto si unisca nella tua vita per poterlo vedere contemporaneamente.

dice la Maga a Oliveira, il protagonista del romanzo, il quale in modo più cervellotico risponde:

Anche questo mio mate potrebbe indicarmi un centro. […] E questo centro che non so cos’è, non vale come espressione topografica di un’unità? Cammino in una enorme stanza con il pavimento di piastrelle e una di queste piastrelle è il punto esatto in cui dovrei fermarmi affinché tutto si disponga nella giusta prospettiva.

Il centro, in Cortázar, è un punto e un attimo fuori dallo spazio, dal tempo e da sé, attraverso cui superare la frammentazione del reale e raggiungere una visione totale del mondo.
La Maga («Ma lei cosa aveva nella testa? Aria o farina, qualcosa di poco ricettivo. Non era nella testa che aveva il suo centro.») e Johnny Carter («Non c’è nulla qui dentro, Bruno, nulla di nulla. Questa non pensa né capisce nulla. Non ne ho mai avuto bisogno, a essere sinceri. Io comincio a capire dagli occhi in giù, e più scendo meglio capisco. Ma non è davvero capire, su questo non sono d’accordo.») percepiscono il centro, lo cercano e lo trovano in modo inconscio, sotterraneo ed effimero.

Bruno, per tutta la vita ho cercato nella mia musica che quella porta finalmente si aprisse. Un nulla, una fessura… Mi ricordo a New York, una sera… […] Miles suonò una cosa così bella che per poco non mi butta giù dalla sedia, e allora io partii, chiusi gli occhi, volavo. Bruno, ti giuro che volavo… Mi sentivo come se in un posto lontanissimo ma dentro di me, accanto a me, ci fosse qualcuno in piedi… […]. E quello che era accanto a me era come me ma senza occupare posto, senza essere a New York, e soprattutto senza tempo, senza che dopo… senza che ci fosse un dopo… Per un pezzo non c’è stato altro che sempre…

La maschera di Johnny Carter

Il verso di Dylan Thomas in esergo (“Oh fatemi una maschera”) riassume la duplice tensione che anima il personaggio di Johnny Carter: mimetizzarsi all’interno del mondo e, contemporaneamente, uscirvi.

Da una parte, la necessità di condurre una vita normale, con la maschera che rappresenta il lavoro, gli affetti, gli oggetti posseduti, le “pseudorealizzazioni” di Oliveira, le “trappole per topi” di Johnny; dall’altra, l’assunzione –pure se involontaria- di un misterioso segno di riconoscimento e distinzione:

«La maschera, il tatuaggio, il trucco mettono il corpo in un altro spazio, lo fanno entrare in un luogo che non ha immediatamente luogo nel mondo e fanno di quel corpo il frammento di uno spazio immaginario che comunicherà con l’universo delle divinità o con l’universo altrui», dice Michel Foucault nella conferenza radiofonica del 1966 intitolata Il corpo utopico.

Le battute finali della conferenza, peraltro, si collegano curiosamente a quanto suggeriscono le “visioni” di Johnny Carter riguardo allo stato del proprio corpo una volta raggiunto il centro:

Il mio corpo è sempre altrove, è legato a tutti gli altrove del mondo e, in verità, è altrove rispetto al mondo. È, infatti, intorno a lui che le cose si dispongono, è rispetto a lui –e rispetto a lui come rispetto a un sovrano- che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un indietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano, il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo.

La santità negata

È necessario tenere presente che, per Cortázar, la ricerca e la scoperta del centro sono totalmente slegate da qualsiasi risvolto religioso o mistico, anzi il raisonneur Oliveira, il “teorico” del centro, è molto chiaro a proposito:

Deve essere uno stato immanente, senza sacrificare il piombo per l’oro, il cellofan per il vetro, il meno per il più; invece, l’insensatezza esige che il piombo valga quanto l’oro, che il più sia nel meno. […] Non si tratta di perfezionare, di decantare, di riscattare, di scegliere, di liberarbitrare, di andare dall’alfa all’omega. Si è.

E Johnny Carter è sulla stessa linea quando accusa Bruno di aver avvicinato la sua musica a Dio, un’invenzione utile solo a bloccare la via per il centro:

Soprattutto non accetto il tuo Dio. Non starmela a menare con quello, non te lo permetto. E se davvero è dall’altra parte della porta, non me ne frega niente. Non c’è nessun merito a passare dall’altra parte perché lui ti apre la porta. Sfondarla a calci, sì. Spaccarla a cazzotti, eiaculare contro la porta, pisciare un giorno intero contro la porta.

Una tensione elettrica attraversa L’inseguitore e si riflette sulle illustrazioni di José Munoz che, cariche di violenza, mistero ed eccitazione, costituiscono un ottimo contraltare al racconto, riuscendone a catturare non solo i dati narrativi e descrittivi, ma anche le suggestioni filosofiche sopra accennate.

Si direbbe che la sua musica provenisse dalle torbide regioni del subconscio. È una musica privata, scontrosa: una musica in equilibrio fra delirio e coscienza, a volte angolosa, gelida, urtante, a volte morbidamente melodica, carezzevole, snervata

Arrigo Polillo, Jazz (1975).


Dello stesso editore abbiamo recensito:

L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares 
Risposta multipla di Alejandro Zambra
Andarsene di Rodrigo Hasbú

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