“Il romanzo dei tui” di Bertolt Brecht – Recensione Libro

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Recensione di Il romanzo dei tui (Bertolt Brecht – L’Orma 2016)


Kreuzville Aleph è la collana de L’Orma dedicata a testi tedeschi e francesi fino ad ora trascurati dalla grande editoria italiana, ma essenziali «per ricostruire il paesaggio vivace, luminosissimo, a tratti segretamente insidioso, del nostro passato»: un passato proiettato al di là del suo tempo, alla base di una tradizione su cui poggia la cultura contemporanea.

Il romanzo dei tui, lavoro incompiuto e pubblicato postumo all’interno dell’opera omnia brechtiana, in tedesco, si ascrive pienamente in questa linea editoriale. La prima testimonianza del titolo definitivo risiede negli appunti di Walter Benjamin, che vede nel progetto «una panoramica enciclopedica sulle idiozie degli intellettuali», per i quali l’autore conia il neologismo “tui”, composto a partire dal termine “intellettuale” scombinato in “tellett-ual-in” (“Tellekt-ual-in”).

Il rovesciamento della parola è il punto di partenza e l’equivalente sul piano linguistico di un’opera satirica che applica lo stesso procedimento di deformazione alla realtà, con l’intento di svelarne contraddizioni, verità nascoste, paradossi. Lo sfondo è quello della “Cima”, che richiama direttamente la Cina, a sua volta trasfigurazione allegorica della Germania. Al contesto originario viene applicato, dunque, un doppio filtro, sortendo un effetto di straniamento che stimola la riflessione e permette di intravedere l’universale dietro al particolare.

Il progetto dell’opera brechtiana

Del progetto iniziale di raccontare la storia della Germania dalla nascita dell’impero tedesco all’ascesa di Hitler, solo il ritratto che Brecht traccia della Repubblica di Weimar trova un vero sviluppo. Il drammaturgo tedesco concepisce e stende Il romanzo dei tui fra il 1931 e il 1942, periodo in cui le sue sorti personali si intrecciano a quelle dell’Europa: in esilio e in perenne viaggio attraverso il vecchio continente, Brecht sacrifica sempre più la definizione di una struttura unitaria dell’opera all’uso della scrittura come valvola di sfogo, all’urgenza della scrittura come arma rivolta verso fatti e personaggi della storia più o meno recente, che si traduce nel potenziamento della componente satirica, nella frammentarietà e nel carattere eterogeneo dell’opera.

Così il laboratorio di idee che è Il romanzo dei tui comprende parabole, racconti a sé stanti, ricostruzioni storiche, gustosi trattati filosofici (“Denke e il denkismo”, “L’arte del leccapiedi” e “L’arte del coito”), poesie, barzellette, percorsi da un unico filo rosso identificato proprio da Brecht più di dieci anni dopo: il “cattivo uso dell’intelletto”.

Caratteristiche dei tui

La satira brechtiana prende di mira gli intellettuali di qualsiasi formazione, divisi in due categorie fondamentali. Da una parte ci sono i pensatori «dell’epoca delle merci e dei mercati», i «noleggiatori dell’intelletto», accusati di non essersi schierati contro la proprietà, fondamento della società capitalistica; i presunti detentori di un sapere elitario attraverso il quale guardano «con spregio o con compassione […] la marmaglia che si perde dietro alle proprie triviali incombenze quotidiane», ma pur sempre pronti a delegittimare la cultura per convenienza e/o dall’alto di ingarbugliate speculazioni filosofiche («I tellett-ual-in facevano mostra di accondiscendere a quell’ignoranza in materia di libri come fosse un’amabile debolezza del vecchio spadaccino. In realtà la ritenevano un punto di forza. Stimavano moltissimo i vantaggi dell’incultura e credevano fermamente che la loro debolezza (questa sì reale) fosse dovuta solo alla loro cultura»).

Dall’altra troviamo gli intellettuali ideologici, dai metafisici alla Hegel (rinominato “Le-geh”) ai filosofi politici, come «i tui dell’Unione dei senza proprietà», che stanno dalla parte dei soli operai perché i ceti che vivono in maniera ancora più misera «erano sì “sotto”, ma in realtà non facevano parte di quel sistema di sopra-e-sotto […] che garantiva il corso di tutte le cose e rendeva possibile (anche se in modo disordinato e ingiusto) la vita del popolo».

Prigionieri della loro idea e, per questo, avulsi dalla realtà sociale e incapaci di cambiarla, i tui assumono talvolta la sembianze di veri e propri burocrati, funzionali alla sopravvivenza dello stato. In questo senso l’ambientazione assume un profondo significato simbolico: la Cina è infatti la patria natale della burocrazia, e un chiaro rimando alla cultura cinese è costituito dal gusto per l’aneddoto e per la parabola, attraverso cui la realtà si rivela in tutta la sua più cruda evidenza.

Più piani storici e culturali si intersecano per restituirci un’opera che, rifuggendo l’impianto e le finalità del romanzo realista, affonda le radici nella tradizione della satira classica (che associava l’idea della “pienezza”, insita nell’aggettivo “satur”, a quella della “varietà”) e punta lo sguardo sulla cronaca contemporanea.

Hitler nel Romanzo dei tui

Lo stato di «confusione» in cui versa la Germania di Weimar spiana la strada all’ascesa di Gogher Gogh, nome “cimese” di Hitler. Mentre i tui non riescono ad opporgli altro che la loro superiorità culturale, Hitler sostituisce al pensiero «tuistico», «dannoso o inutile», «l’emotività», «l’antintellettualismo»: pensare diventa sbagliato. I discorsi vacui e grondanti di retorica di Gogher Gogh dimostrano che anche lui «è un tui, ma un tui depravato, che ha dovuto alienare il proprio stesso intelletto»; che promette un ordine nuovo, il quale «non solo non cambia le condizioni di base, ma anzi ne garantisce ancora meglio la conservazione».

“Il romanzo dei tui” è un testo attuale come non mai: difficile non pensare alla crisi del nostro modello socio-economico, alla vittoria di Donald Trump, all’incapacità degli intellettuali di prevederla, di interpretare i bisogni della società e di proporre soluzioni concrete. Nel nostro piccolo, non ci resta che far tesoro del monito di Brecht verso i tui del passato e del suo presente, applicandolo al nostro tempo

 

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