Il grande animale di Gabriele Di Fronzo – Recensione

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Recensione di Il grande animale (Gabriele Di Fronzo, Nottetempo – 2016)

Ci sono romanzi che sembrano nascere senza sforzo, come improvvisati. Il grande animale non è tra questi: l’esordio di Gabriele Di Fronzo è un’opera curata in ogni dettaglio, frutto di un grande lavoro sul protagonista e sul suo linguaggio.

Non è un personaggio che si possa improvvisare, infatti, Francesco Colloneve, di professione tassidermista. Del suo mestiere l’autore conosce quasi ogni strumento e ogni procedura, e per ogni animale sono descritti, con lessico tecnico ma allo stesso tempo con una connotazione quasi rituale, tutte le fasi che compongono il processo di imbalsamazione.

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Gabriele Di Fronzo

Affinché un animale possa conservarsi, qualunque esso sia, è necessario che sia svuotato della sua parte ‘viva’ e dunque deperibile: lo spazio in cui sempre tende a muoversi Colloneve, come persona e come professionista, è appunto questo vuoto, la dimensione dell’assenza e dell’addio.

Il contrario di pieno è vuoto, ma vuoto è anche il contrario di tutto il resto, vuoto a parte, il vuoto è il medicamento che si può contrapporre a ogni altra cosa che non sia se stesso (…)

Insomma, il lavoro del protagonista de Il grande animale, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.

Il Grande Animale: la morte del padre

E se il mestiere di Colloneve è decisamente insolito, molto comune è invece la situazione che egli si trova a dover affrontare: accudire il padre nelle sue ultime settimane di vita.

Ma a che animale assomiglia un padre? Come ci si congeda da lui, come ci si avvicina a quel vuoto che, come Colloneve ha imparato in anni di esercizio, è necessario a non perderlo per sempre?

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Tassidermia

Gabriele Di Fronzo riesce a trasmettere l’intimità e la fragilità di questo rapporto nel più delicato dei modi, senza mai di fatto evidenziare l’avvicinamento tra padre e figlio che il lettore, tuttavia, percepisce chiaramente. Così, con un procedimento per certi versi analogo a quello che è abituato a seguire con gli animali, il figlio si muove con i suoi strumenti nella memoria del padre, scavando tra ricordi e colpe quasi dimenticate.

Lo stile di Gabriele Di Fronzo

Voce narrante del romanzo, Francesco Colloneve parla di sé quasi esclusivamente attraverso la sua professione; tutto ciò che il lettore apprende sulla sua personalità passa attraverso i vezzi linguistici e le espressioni desuete che caratterizzano la sua lingua, costruita su di lui con precisione chirurgica.

L’operazione che Di Fronzo compie sulla sua scrittura, in un certo senso, lo assimila al suo protagonista: con massima precisione il tassidermista sostituisce le interiora degli animali con la plastilina, con estrema attenzione lo scrittore restituisce a chi legge l’anima del suo personaggio attraverso uno stile plasmato a sua immagine. E, come il rischio più grande del tassidermista – secondo Colloneve – è quello di rendere troppo evidente il proprio operato, il pericoloso confine su cui si muove l’autore è proprio quello che separa il controllo della scrittura dall’artificiosità: confine all’interno del quale, a parer mio, non sempre riesce a mantenersi.

La più difficile delle prove che spettano a un tassidermista arriva al momento della posa da scegliere per l’animale, egli allora a parer mio deve dissimulare più che sia possibile il suo lavoro, […] che dia l’impressione di non avervi messo diligenza o particolare scrupolo nell’apparecchiarlo.

La sensazione, in alcuni punti, è quella di scorgere oltre la pagina quello che dovrebbe rimanere nascosto al lettore, ovvero la fatica di questa costruzione. Così capita che, nello sforzo dell’autore, la ricerca della naturalezza ottenga l’effetto contrario, delineando non i tratti del protagonista ma le forme di una maschera posticcia.

Nonostante queste sbavature, Il grande animale di Gabriele di Fronzo riesce ad accompagnare il lettore fino all’ultima pagina con una delicatezza e un’intensità eccezionali, in una climax ascendente di potenza e spessore introspettivo: una grande metafora dell’eterna fragilità umana di fronte alla morte.

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