Grandi momenti di Franz Krauspenhaar – Recensione

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Recensione di Grandi Momenti (Franz Krauspenhaar, Neo Edizioni – 2016)


Franco Scelsit è uno scrittore cinquantenne scampato a un infarto: un “uomo d’esperienza” che però a quarantun anni decide di andare a vivere con la madre e il fratello.

Durante la riabilitazione in ospedale conosce e frequenta altri pazienti, più o meno anziani, come lui sopravvissuti all’infarto, con cui condivide la sua condizione di “reduce”. Queste sono ormai le uniche sue relazioni, al di là di quelle familiari e di quelle sessuali, saltuarie e insoddisfacenti.

Il protagonista di Grandi momenti

Il protagonista, alter ego dell’autore, preferisce la solitudine, assumendo sempre più il ruolo dello scrittore novecentesco, orientato verso “scelte stilistiche e di struttura romanzesca piuttosto d’avanguardia, quindi vecchie perlomeno sessant’anni”, ma costretto a immolare il suo genio sull’altare del mercato. Il mercato degli “editori Simmenthal, Manzotin e Montana apri e gusta”, che guardano alla “trama” e traducono in denaro sonante la serie di gialli del poliziotto Stan Dolero, mediocre ma di successo.

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Franz Krauspenhaar

Franz Krauspenhaar guarda con sottile ironia alle sue velleità avanguardistiche e denuncia con forza l’editoria da fast-food, ma non risparmia nemmeno il mondo della cultura, quello della sinistra radical-chic, capace solo di criticare e di etichettare, di coinvolgere gli scrittori nel vortice delle “autoproduzioni, autopromozioni, autoinculate”.

Lo sfondo è la Milano contemporanea, da sempre “città di condomìni”, dove “i milanesi […] si interrano come fili della luce. E stanno chiusi nelle loro stanze a smaltirsi la vita”, ma molto lontana dalla Milano degli anni ’70 e ’80, quella che prometteva il successo, l’espressione italiana dell’american way of life. Il protagonista è figlio della generazione della new wave, ormai disillusa, vittima dei suoi predecessori, passati dal rock e dalle aspirazioni rivoluzionarie agli“affari e alla politica vera, quella che decide”. Questo è lo stesso mondo in cui torna a vivere, la stessa città che, però, forse rappresenta anche un’emanazione del suo stato d’animo. È lo stesso ambiente da cui cerca di proteggersi a bordo della sua vecchia Jaguar E Type, vero e proprio prolungamento di se stesso, al punto che la decisione di distruggerla sostituisce in maniera simbolica il suicidio.

Grandi momenti: Il tema del tempo

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Jaguar E Type

Dietro all’“odio generalizzato” verso la società e alla voglia di fuga (elementi che ricordano le pagine di Céline, letto un tempo dal protagonista “come altri leggono la Bibbia”) si nasconde un senso di colpa che si traduce in allucinazioni, tra cui la ricorrente visione del padre, morto molti anni prima. La vita di Franco Scelsit precipita in un incubo fatto di ricordi e improvvisi viaggi temporali, in cui passato, presente e persino futuro si confondono come in un eterno ritorno nietzschiano, il “tutto” che sembra sul punto di fagocitare il “nulla” di un’esistenza ormai “atrofizzata”, che ha perso la capacità di amare e desiderare.

La riflessione sul tempo è il tema centrale di Grandi momenti, grazie al quale l’esperienza individuale assume una dimensione universale:

Sono andato nel passato, ne ho rivissuto una scaglia, e sono tornato. Oppure no, non ho rivissuto niente. Ho vissuto, e continuamente vivo, perché il tempo è una convenzione, come siamo una convenzione noi nel presente. Ma tutto scorre attorno a me. Tutto fluisce e rientra, continuamente, e io ho cinquant’anni ma anche trentasei e anche cinque”.

Acquistano così un senso concreto le citazioni iniziali, da Martin Amis, Faulkner e, soprattutto, Cocteau: “Il tempo degli uomini è eternità ripiegata”. Se infatti l’autore vive idealmente ancora negli anni ’80, cercando di nutrirsi di quelle speranze, tuttavia sa che quegli anni prefiguravano già lo stato attuale.

La scrittura di Franz Krauspenhaar

Grandi momenti, titolo che non può che ricordare le “grandi speranze” dickensiane, è un romanzo allo stesso tempo lucido e visionario, viscerale e rassegnato, che utilizza l’arma dell’ironia e della massima nichilista alla Céline per interpretare la vita. Calato nella realtà è però capace di astrarsene, come dimostra una scrittura irriverente e non politicamente corretta (soprattutto nei confronti del mondo femminile) alternata a puri squarci lirici:

Amo la vita, disperatamente. E altrettanto disperatamente la odio. Sono disseminato, come polvere, nel cosmo d’ogni fine […]. Il cielo risucchia in sé l’azzurro, si colora di un bianco baluginante, allucinatorio”

“Mi devo cibare di eccezioni, di sogni e di un contrario cinismo; di un sole abbagliante e di un acquitrino nel giorno dei morti”.

Franz Krauspenhaar riesce a fare propria, per quanto possibile, la lezione di Camus e Céline e a collocarla nei nostri “tempi di miseria e di timori”.

 

 

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