I giorni della nepente di Matteo Pascoletti – Recensione

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Nephentes

Nepente in greco significa letteralmente “ciò che toglie il dolore” e nel suo succo i Greci cercavano la fuga dai mali. Nel 1689 Johann Philipp Breyne riconobbe con il nome Nephentes una pianta carnivora diffusa in Madagascar, capace di attirare piccoli animali e imprigionarli nel proprio ascidio. Nel primo romanzo di Matteo Pascoletti nepente raccoglie queste accezioni di sollievo e di morte e vuol dire eroina.

Una storia tossica

A livello diegetico è l’eroina il motore de I giorni della nepente: tutti i protagonisti ne sono influenzati fin dall’inizio della storia. Ma oltre alla sicurezza nelle strade, la legalizzazione delle droghe leggere, le sevizie su tossici da parte di carabinieri e polizia, il tema portante di tutto il romanzo è la ricerca, lo stravolgimento e la percezione della verità.

Tu m’hai chiamato cieco con disprezzo, e io dico a te che vedi: non capisci a quale limite del male sei disceso, né dove, né chi abita con te. Conosci la tua origine, e come sei odioso ai tuoi morti e ai tuoi vivi?»

I giorni della nepente si apre con questa frase che Tiresia rivolge a Edipo alla fine del primo episodio dell’Edipo Re, quando ancora il sovrano di Tebe cerca furiosamente l’assassino di Laio per espellerlo dalla città, così da placare gli dei e la loro pestilenza. Chi è Edipo se non un investigatore, prima sulle tracce dell’assassino di Laio, poi alla ricerca della sua identità?

Pascoletti e Sofocle: la ricerca della verità

Come Edipo, i personaggi di Pascoletti brancolano nella ricerca della propria identità e si divincolano costantemente in un groviglio di bugie, malintesi e omissioni. In ogni capitolo della prima parte, infatti, l’autore presenta il punto di vista di uno dei protagonisti per inquadrare, da un’angolazione ogni volta diversa, l’avvenimento con cui si apre il romanzo (lo scippo e l’accidentale omicidio di una pensionata da parte di un eroinomane che viene, a sua volta, ucciso dal figlio della donna). L’originalità della scelta di Pascoletti è rappresentata dal riuscito tentativo di confondere la percezione del lettore: alla fine di ogni capitolo la vicenda appare nitida, ma torna a rannuvolarsi nel capitolo successivo con l’aggiunta di nuovi particolari e problemi.

L’atmosfera barocca creata dall’autore è confermata dalla frequenza delle sue digressioni. Queste arricchiscono il romanzo quando illuminano improvvisamente la routine di alcuni personaggi minori: si ha la sensazione, infatti, che sullo sfondo ci sia sia un mondo vivo, indipendente dalle azioni dei protagonisti. A volte, però, gli excursus si trasformano in pedanti suggestioni “scientifiche” e rallentano il ritmo della narrazione:

Quando Mauro tornerà, intossicato da umiliazioni che il metabolismo espelle nell’ira, sarai di nuovo in gabbia con lui».

Coro greco e social media  

Nonostante qualche caduta nel manierismo, quello della moltiplicazione dei punti di vista e delle digressioni è un processo agile ed efficace, sostenuto anche dai #cori, spazi dedicati alla voce della società: comunicati stampa, editoriali, frammenti di trasmissioni televisive riguardanti l’omicidio e i suoi strascichi giudiziari, ma anche commenti del “popolo della rete”. Pascoletti indaga la voglia della massa di esprimersi, di esistere, e la sua capacità di aggregarsi intorno a una qualsiasi bandiera. L’autore non polemizza apertamente con la rapacità e il cinico disinteresse degli organi d’informazione né condanna moralisticamente le pulsioni della folla, ma li mostra e lascia al lettore l’onere di considerare quanto siano sventurate una terra e una comunità social bisognose di eroi e di mostri. Il giudizio grossolano è, infatti, l’ultimo protagonista ad entrare in scena, in un finale dal tono shakespeariano: se nel circo in cui viviamo conoscere la verità si dimostra impossibile, la colpa di tutti è quella di urlare giudizi senza conoscere, concentrandosi sulle briciole di una realtà incomprensibile, tentando di soffocare la frustrazione di poter scegliere un’altra vita e non riuscirci.

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