Flemma di Antonio Paolacci – Recensione

flemma antonio paolacci

Dare una nuova voce a un libro che ha ancora molto da dire: questa l’idea alla base della riedizione di Flemma, libro uscito per la prima volta nel 2007. A otto anni di distanza  Antonio Paolacci revisiona la sua opera prima,  talvolta con interventi significativi anche a livello di trama e personaggi – senza mai intaccare, però, la potenza e la crudezza del messaggio. Senza mai mitigarne la violenza.

Le prime pagine raggiungono il lettore come un pugno, con un’aggressività che quasi stordisce e spinge a chiedersi il perché di tanta brutalità; e tutto il romanzo è, in un certo senso, una forma molto particolare di risposta a quel ‘perché’.

Flemma: una storia di maschere e violenza

Il malessere che nel primo capitolo si incarna in una violenza fisica, nelle pagine a seguire si sposta nell’interiorità dei personaggi, assumendo le sembianze di un turbamento spesso senza nome. E se il protagonista è proprio quel turbamento, i personaggi che se lo portano addosso sono diversi: Davide, attore squattrinato che si esibisce nei centri sociali di una Bologna distratta; Macaco, giovane del Cilento a cui tanto i compaesani quanto la famiglia hanno cucito addosso una veste troppo stretta; Luca, bambino orfano con la disgrazia di non saper essere uguale a tutti gli altri; Clara, giovane donna consumata dalla depressione; e tanti altri, tutti diversi, ma tutti lineamenti dello stesso volto, inquieto e sofferente.

E si parla spesso, in questo libro, di volti: più esattamente di maschere, le maschere che Davide usa nei suoi spettacoli, le maschere che lui stesso realizza e regala. Le maschere che lui e l’amico Giacomo decidono di indossare per fare una rapina, assurdo piano che dovrebbe rispondere non tanto alla necessità di denaro quanto a quella di reagire in qualche modo alla frustrazione. E’ un’idea insensata, e lo sanno tutti, lo sa anche Davide;  e anche il piccolo Luca nella chiusa del romanzo lo capirà:

la violenza non paga […], consuma il fiato, lascia giusto le forze per tornarsene a casa, dopo, con una certa fiacca e più niente su cui riflettere“.

Eppure

è la distruzione il primo istinto dell’uomo, la distruzione senza logica resta da sempre là, intoccabile, indiscutibile ultima soluzione

ogni personaggio, almeno per qualche riga, è portato a pensare che la violenza sia una soluzione. Il sangue a volte sembra una catarsi, una risposta.

La riflessione di Paolacci sulla società

Cos’è quel malessere, da dove viene? Cosa è depressione, cosa malinconia, cosa semplice indolenza? Quando l’indolenza si fa flemma e la flemma “l’unico sintomo della pace“? Chi riuscirà a salvarsi, e chi invece si troverà in mano solo i brandelli della propria coscienza? E, infine, cos’è la coscienza e quando l’uomo sarà capace di farci i conti?

Paolacci pone domande più che dare spiegazioni; ma, grazie anche al suo stile privo di filtri e ipocrisie, riesce nell’intento di far riflettere.

Mentre noi lettori spiamo questi giovani personaggi a cui mancano risposte, manca il lavoro e soprattutto mancano uno spazio e un tempo dove afferrare “il ritmo proprio dell’essere umano“, ci domandiamo se la velocità e l’individualismo dei giorni nostri si adattino davvero alla natura dell’uomo; o se non lo lascino, invece, inevitabilmente solo, indolente e, in forma più o meno esplicita, violento.

La risposta che Flemma suggerisce, io credo, è che è la nostra società, con i suoi ritmi e le sue incoerenze, a essere violenta – ma di una violenza subdola che non lascia occhi neri.

Anime nere, questo sì.

 

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