Dalle rovine di Luciano Funetta – Recensione

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Senza tanti giri di parole, Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunué) è un grandioso romanzo d’esordio, un capolavoro di equilibrismo.

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Luciano Funetta

L’autore, classe 1986, fa muovere i suoi personaggi nella sotterranea dimensione della pornografia: Rivera, il protagonista, è un allevatore di serpenti che una notte, irrazionalmente, posa quattro dei suoi rettili sul suo corpo nudo e li filma mentre gli strisciano e gli si avvinghiano addosso. La mattina dopo consegna il video al proprietario di uno piccolo cinema erotico. È solo un esperimento, l’obbedienza a un impulso, ma grazie a questo filmato amatoriale Rivera viene avvicinato dal grande produttore pornografico Jack Birmania, che lo ospita nella sua villa e lo mette in contatto con un regista e un’attrice emergenti per produrre un film da presentare al Salón Erótico di Barcellona.

A partire da questi incontri Rivera si immerge nella giungla della pornografia, in ambienti sempre più inquietanti, a metà tra un’incisione di Goya e una scena di Mulholland Drive, in cui elementi apparentemente domestici si trasfigurano in orrorifici, e viceversa.

Le voci narranti diDalle rovine

La conseguente condizione di spaesamento è rafforzata da un misterioso “noi” che narra l’intera vicenda. Una mia ipotesi è che queste voci, che non solo raccontano la storia ma in qualche modo vi agiscono, stiano a rappresentare le “idre cortazariane” di Rivera, le innumerevoli sfaccettature della sua personalità, ma Funetta stesso in un intervista al Mucchio Sevaggio (la trovate per intero qui) ha voluto specificare:

a un ipotetico lettore non posso suggerire come interpretare la loro presenza. Ognuno lo farà in rapporto alla sua curiosità, al suo scetticismo, alla sua immaginazione, alla sua dieta, al paesaggio che può vedere dalla finestra, ai suoi incubi ricorrenti, alle fiabe che ha ascoltato da bambino e che non ha mai dimenticato, al suo divertimento e alla sua angoscia».

La purezza di Rivera

A mano a mano che ci si addentra all’interno del romanzo si comprende la frase di Conrad posta all’incipit:

Non c’è uomo qui – mi segue? – non c’è uomo che reggerebbe a una vita fatata».

In Dalle rovine, la vita fatata è quella che sfugge alla quotidianità, che non si adegua a convenzioni sociali, legami stabili, frequentazioni ortodosse. Tutti i personaggi del romanzo conducono una vita fatata, ma nessuno, alla lunga, regge la “purezza” che questa vita comporta: solo Rivera, osceno e immacolato al tempo stesso, ha la forza per sostenerne le rinunce, la solitudine, il disagio. Gli altri personaggi sanno che Rivera è diverso da loro e avvertono intorno a lui un’aura fuori dal comune: ad esempio Ranković, braccio destro di Birmania, osserva: «Forse inizio a capire cosa intenda Tapia quando dice che in te c’è qualcosa di fatato». «Perché credi che tutti noi, qui, siamo riuniti ad adorarti?» gli chiede Alexandre Tapia, sceneggiatore fuggiasco, chiave di volta dell’intera vicenda, «perché sei qualcosa che nessuno di noi può essere e che nessuno di quelli che domani vedranno il film al Festival potrà mai essere».

Personaggio quotidiano e incredibile, ributtante, ammirevole, spaventoso, deprimente, passionale, Rivera è Dalle rovine. Entrambi sono legati a filo doppio alla materia: da una parte attraverso l’insistenza con cui vengono annunciati e descritti i (non) pasti e le bevute di Rivera, dall’altra con l’uso di espressioni prepotenti e fisiche come «>in quel momento la sua voce, impastata dal cibo, aveva una cadenza innaturale, una cantilena gonfia e liquida» o «Andiamo a ubriacarci come puttane a fine turno».

Entrambi sono immersi in un’atmosfera onirica e allucinata, ed è questa alchimia tra immaginazione e materia che li rende credibili, veri. Entrambi sono colti in un’eterna tensione solitaria verso la fine dei tempi, dove incubo e realtà si accoppieranno per non essere più distinguibili.

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