Appalermo, Appalermo! di Carlo Loforti – Recensione

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Recensione di Appalermo! Appalermo! (Carlo Loforti, Baldini&Castoldi – 2016)


Rubando una metafora al mondo calcistico, a cui Carlo Loforti fa spesso riferimento,  Appalermo, Appalermo! ha il respiro intenso ma corto del terzino che, subito dopo aver spinto la sua squadra all’attacco, è costretto a precipitarsi verso la propria area di rigore per tarpare le ali al contropiede avversario. Con questo romanzo Carlo Loforti si è affacciato per la prima volta al mondo della scrittura “su carta” ed è entrato in finale al Premio Calvino, vinto poi da Cristian Mannu e Valerio Callieri (del Premio Calvino ci siamo già occupati nella recensione del controverso Mescolo tutto di Yasmine Incretolli).

L’autore viene dal mondo del web: lavora come creativo in Mosaicoon, una start-up siciliana che si occupa di ideare e diffondere video pubblicitari per grandi marchi, ed è co-autore di Senza contratto, una web serie attraverso cui ha iniziato a sperimentare e approfondire il linguaggio della commedia, come lui stesso spiega in un’intervista a Diregiovani.it.

La velocità della trama di Appalermo, Appalermo!

In Appalermo, Appalemo! Mimmo Calò racconta in prima persona gli avvenimenti che lo vedono protagonista, alternando la narrazione a brevi pillole di antropologia, sociologia e filosofia “di strada”, utili ad illustrare la sua visione del mondo e l’ambiente che lo circonda.

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Lo sfincione

Mimmo Calò, quarantaquattro anni, è il telecronista sportivo di una rete locale palermitana che, dopo aver perso il lavoro, casualmente acquista  all’asta –le aste giudiziarie sono la sua ossessione-  un minuscolo magazzino nel centro storico di Palermo, che decide di trasformare in una sfincioneria (lo sfincione è una sorta di pizza, solo molto più spessa).

Il mutuo, il fido, il figlio in arrivo, i rapporti e gli scontri con la mafia e con la suocera, l’arrivo di Franco e una borsa zeppa di picciuli sono gli elementi che mandano avanti una trama sbrigativa, veloce e brillante, che tende a risolversi nell’episodico, livellando ogni elemento sul piano dell’effimero e del gratuito.

Lo stesso monologo interiore del protagonista – voce narrante che guida il lettore attraverso lo sviluppo della storia – definisce fondamentali per la propria vita eventi che però nomina solo brevemente o che non intende approfondire.  Ad esempio: gli sconvolgenti fatti successivi alla rapina in banca, in cui Mimmo è coinvolto, finiscono paradossalmente tutti

da qualche parte nel mio cervello, in una specie di universo parallelo della mia mente in cui per tutta la vita ho messo le cose che era meglio non sapesse nessuno»

e non hanno alcuna conseguenza legale, economica o psicologica.

I two cents di Mimmo Calò

I two cents, le opinioni spicciole, di Mimmo Calò si intrecciano spesso alla narrazione, a volte arricchendola, altre volte soltanto interrompendola,  e riguardano diversi aspetti della sua e della nostra esistenza quotidiana: le donne, lo sport, la famiglia, le classi sociali, l’amicizia…

Questi “detti memorabili” hanno un’impostazione gnomica, assoluta, dalla comicità pericolosa e imprevedibile: è qui che Carlo Loforti mostra i frutti del suo apprendistato comico presso Senza contratto ed è qui che sono presenti alcuni dei punti più luminosi e sottili di Appalermo, Appalermo!. Riporto integralmente quello di apertura:

Ci sono un sacco di cose difficili da spiegare a una donna. E per quante liste uno possa provare a fare, ce ne sarà sempre un’altra più completa. La retromarcia, la sovra-idealizzazione della spiaggia, il barbecue, la birra amara, i film con Sylvester Stallone, le tv cinquanta pollici, lo stadio, l’importanza della masturbazione, dello stare comodi e degli insetti: scarafaggi, blatte, zanzare e api; l’aria condizionata, il sesso orale, il silenzio a tavola, il brivido della pipì, il vizio, il fantacalcio, la cucina della mamma, il whisky, il soffritto, l’ultima goccia sempre nelle mutande, il silenzio, la velocità, il fuorigioco. E soprattutto, la cosa che più di tutte è difficile da spiegare a una donna, è che non le stai inventando una minchiata. Anche quando, effettivamente, non gliela stai dicendo.».

Questo meccanismo comico è caratterizzato dalla continua ricerca del fulmen in clausula; tendenza che, oltre a non essere sempre soddisfatta, trasforma corpose sezioni di Appalermo, Aappalermo! in una serie ininterrotta di sketch, battute e situazioni. Qui si rivela il fiato corto: un andamento del genere, di continuo stimolo alla risata, sembra più appropriato a una sit-com che a un romanzo.

La lingua di Appalermo, Appalermo!

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Carlo Loforti

Che l’unico approfondimento sia fornito dai commenti proverbiali di Calò riduce tutto quello che succede a un muro sfocato di peripezie e annulla il movimento psicologico dei diversi personaggi.

Se Mimmo Calò caratterizza monoliticamente tutti coloro che lo attorniano (la madre tirchia, la moglie irascibile, la suocera impicciona…), lui stesso non è che una macchietta, che si allarga su tutte le pagine del romanzo senza impregnarle.
Quello che “salva” il testo è la lingua: un italiano medio-basso che spesso va a intrecciarsi col palermitano, a cui a volte è concessa la libertà che Cormac McCarthy, tra gli autori di riferimento di Loforti, concede al messicano in Cavalli selvaggi,  mentre altre volte è rinviato ad un glossario in fondo al libro.

Glossario che idealmente si distacca sia da quelli, pedanti e didascalici, di Francesco Biamonti in Vento largo e L’angelo di Avrigue, sia da quello scarno e severo del Pasolini di Ragazzi di vita. L’appendice di Loforti è opulenta, generosa, che di ogni parola illumina la radice non filologica ma vissuta, ricostruendo una storia e mostrando la vera misura in cui la sapida rapidità dell’autore si esercita al meglio: quella del breve quadretto ironico.

 

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