Un contaballe di Matteo Valentini – Racconto

Un_contaballe_di_Matteo_Valentini

Racconto di Matteo Valentini | Illustrazione di Matteo Anselmo


La stracciatella si stava sciogliendo e gocciava sulle scarpe di Michele che, dietro la porta chiusa del tinello, ascoltava la sua famiglia parlare di lui. Si sentiva vecchio di mille anni; avvertiva il sangue nelle vene fermo, di piombo. Il cappello gli comprimeva la testa mentre le gambe, stufe di insudiciarsi, sembravano aver deciso di prendere e andare lontano, a farsi un giro.

Dal leggio pronuncio parole che imbarazzano tutti: «Ci sono tante belle corone qui, ma Michele oggi fa parte di una corona più grande. Come farete quando tornerete a casa e quella sarà vuota? Come farai, Livia? E voi, Roberto, Silvia? Tuo marito, vostro padre, veglierà su di voi dal cielo per non farvi smarrire nell’abisso che lui stesso ha creato andandosene al Padre». Sento i piedi muoversi per la noia e vedo bocche irritate e stirate dal disagio.

È difficile fare il lavoro del prete, devo sempre cercare poche pratiche cose da dire con delicatezza e convinzione, senza patetismo né freddezza. Certo, ai funerali il protagonista è il morto, ma il prete deve comunque garantire un marchio di autorialità, altrimenti al suo posto andrebbe bene un qualsiasi necrologio. Il prete deve essere un tecnico, non un amico. Un tecnico della consolazione. La gente è piena di amici, specie ai funerali, ma il prete è uno, solo. Quanto sarebbe meglio, anziché parlare di case, strade, abissi, alzarsi in piedi e dire: «Niente. Michele Murgia è morto».

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