Ragazza a intermittenza – Racconto

Racconto e illustrazione di Enrico Giomi


Era una storia quella che col suo sguardo riprendeva. Sequenze irregolari che montava una dopo l’altra. Ogni situazione che descriveva aveva una durata specifica, adatta.

L’immagine era piuttosto discontinua, compariva e scompariva, si interrompeva, cambiava distanza e dimensione. Una ragazza correva, con una sciarpa rossa che svolazzava dietro alle spalle ad ogni balzo, un giaccone invernale le affannava i movimenti ed una cartella le appesantiva la schiena. Ora la vedeva tutta, ora per niente, ora ne vedeva solo le gambe che spingevano, ora il busto, ora solamente la testa, il cappello di lana le cadeva sugli occhi, la mano che di tanto in tanto lo riaggiustava. Era una ragazza a intermittenza, ora c’era, ora non c’era più. Dove si trovasse tra una vetrina e l’altra non lo sapeva.

L’aveva incontrata di nuovo quella stessa sera, l’aveva ripresa con calma col suo sguardo. La ragazza stava seduta poco distante da lei, la scorgeva da dietro le teste di un paio di signori: leggevano giornali uguali dandosi la schiena l’un l’altro mentre aspettavano il caffè a due tavolini diversi. La scena questa volta era molto più statica. Sola davanti a una tazza di tè fumante, ella lo portava lentamente alle labbra. Il calore della bevanda sotto alla punta del naso arrossato, la tazza che si inclinava, gli occhi si socchiudevano di piacere e all’improvviso la ragazza era scomparsa! Eppure un attimo dopo era di nuovo lì, ancora con – 

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4 Comments

  1. Marianna Vecchione 22 maggio 2017

    Sarebbe bello poter essere ciò che avremmo voluto anche solo per poco! Passare oltre lo specchio e ritrovarsi in tutto e non a intermittenza.

    1. Claudia Calabresi 24 maggio 2017

      Ciao, Marianna! la tua è un’interpretazione interessante: ciò che è al di là dello specchio, proprio perché irraggiungibile, può facilmente diventare il simbolo di ciò che vorremmo essere. Ma ti chiedo: se ciò che restituisce il nostro sguardo, invece, ci fosse sempre appartenuto?
      Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa l’autore. Glielo chiederemo

  2. Enrico Giomi 26 maggio 2017

    E’ un ottimo spunto e in effetti non avevo pensato a questa interpretazione. Proiettare nell’immagine di noi stessi ciò che è oltre a noi stessi.
    Il nostro occhio non è innocente, la visione non è mai passiva, ma è un procedimento che in realtà è già mediato da ciò che anche inconsciamente si sta cercando nell’immagine che abbiamo di fronte. E’ come quando si hanno i capelli confusi e ci si sforza di vederli comunque sensati, oppure quando siamo in ordine ma non riusciamo a fare a meno di concentrarci proprio su quel capello fuori posto. Su scala più ampia ci si trova di fronte a una persona che in buona parte ci rassomiglia, ma che in effetti poi assume le sembianze che il nostro occhio ricerca.
    A questo punto però si sta procedendo verso una sorta di sdoppiamento della persona, che è quello che sta vivendo la ragazza del racconto, ovvero, l’immagine si carica di significati e forse di una personalità che non coincidono più con quelli della ragazza in prima persona. Ma non si tratta pur sempre di una persona sola?

  3. Enrico Giomi 26 maggio 2017

    Se l’immagine fosse ciò che la ragazza vorrebbe essere, allora credo che sia un bene che non ci sia modo di passare oltre lo specchio: ci deve essere sempre uno scarto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, altrimenti sarebbe la fine del nostro crescere e migliorarsi. Un incontro delle due persone in una stessa dimensione sarebbe la stasi più totale. In fin dei conti si tratta pur sempre di una sola persona, ma fino a che punto questa unità regge?

    Ora, a me pare che quel che si vede di sé non ci è sempre appartenuto, ma ci appartiene solo in un preciso momento. In periodi diversi e con stati d’animo diversi ci si vede diversi. Noi siamo quindi una collezione di immagini diverse, o è la nostra immagine ad essere una collezione di noi diversi?

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