Racconto in due tempi – Poesia

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Chissà cosa avevo udito
di quando mi facevi
respirare, per vedere
se qualcosa rimaneva
appannato sulle vetrate.

Primo tempo, ovattato.

Restavi
a guardarmi le vertebre,
contarle come le sillabe
dei miei versi tutti sbagliati.

C’era vetro
spesso due
dita, da spezzare
tenere lontano
per non tagliarsi.

Giocare a farci le smorfie
le mani ad aderire contro
come mimi,
come soffocare

Guardandoti essermi
pioggia mio malgrado,
guardandoti io
non ho saputo urlare.

Secondo tempo, rumoroso.

Il vetro caldo non brucia
le mani di carne;
l’urlo non si teme,
ride piuttosto, danza sguaiato,
anche se non si vede.

Sentirmi corpo senza tremare,
senza vedere i contorni ma
dietro il vetro, sento,
sorride.

Guardandoti essere
sole consapevole,
credo
insomma, sì,
che il vetro si sia rotto.

Da sempre bambina irrequieta,
a chiedere di aprire le finestre,
«oggi fuori c’è il sole»,
accechiamoci,
guardiamoci.

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