Miagia di Emanuele Pon – Poesia

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poesia di Emanuele Pon


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Miagia

Qualche targa annerita, il guano
secco di qualche gabbiano:
a l’è sempre a miagia do vento,
ghe coa in scio fondo o bronzin
vegio do tempo[1].

Passo la piazza di sempre
con volti di sempre e di oggi:
è solo il barista, sorride
a veder gente, di gioia
generica – «quanti ne vedo
come voi, ne ho visti», è simmetria
bonaria il suo chiedere
della vita, se siamo turisti;

ne ha visti tanti passare,
tanti che adesso è di nebbia
l’ordine di tutti quei loro
che noi siamo stati, il ritmo
dei volti appiccicati ai suoi muri
– sulla miagia pezzi scalcinati.

Sbiadiscono solo per gioco
i colori alle foto scattate
per l’uso quotidiano – dare un poi
sempre ad ogni prima, girare
le pagine ingiallite di un diario –
per gioco se basta appoggiarsi al muro

e lì scorrere dopo l’ora di chiusura
il dito sullo schermo, gli istanti digitali
vibrano onde lunghe da discernere
a gocce o a fiotti, tutte uguali
nel ricordo nel commento nel «mio dio!
Il tempo che è passato!», nell’affacciarsi
di tutto il nostro tempo nel pettegolìo.

Ed è naturale che uno alzi gli occhi
a farsi scandire – sicuro – da un sole
che sghignazza – lo sento – dietro il muro;
l’orologio sulla pietra suona quanto vuole,
ma il tempo non importa in questo magma
scheggiato di passato, presente, parole:
resta soltanto da assorbirne il marasma.

Qualche targa annerita, il guano
secco di qualche gabbiano:


[1]Dialetto genovese: «È pur sempre il muro del vento, / ci cola sul fondo il rubinetto / vecchio del tempo».

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