I draghi – Poesia

draghi federico ghillino poesia

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I

Una vetta. Dal fondovalle non potevo altro che salire.
Mi avevano detto dei draghi, ma continuavano a sfuggirmi
nella quantità dei dettagli e in ciò che c’è d’inaspettato.
Erano una mimesi esatta con lo sfondo, la narrazione
fatta di fatti non poteva, però, trascurarne l’irruenza.
D’un tratto li scorsi in quest’ordine: il lacustre, il terragno, l’aereo,
il minerale col roccioso, e l’arboreo. L’unico modo
per distinguerli, dalla vetta, era cercarmi dentro gli occhi
per poi vedere meglio intorno. A quel punto, io, ebbi paura:
mi ero finto guerriero, mago, astuto manipolatore,
ma ero sfinito e disarmato. Ero uno, solo, e solo uno.
Sondandoli li riconobbi tutti come parti di me:
non erano ostili, potevo provare a capirli ma c’era
dell’incomprensibile, dato dal beneficio dell’altezza.
Fossero somma nel mio cuore sarei un rifulgere di fiamma
inarrestabile, ma stanno fuori: animali impossibili
da domare, come le cose. Non lo so fare, niente più.
Hanno negli occhi quel riflesso da cui si può scorgere il resto,
e quindi ci provo, mi vedo in loro e nel complesso colgo
la vertigine della vetta: la mia natura di sconcerto.

II

Una scansione indecifrata di me. Percepii così i loro
occhi cangianti, squadernati per tutta la cresta dei monti.
La notte fu fredda. Cercai sonno e calore tra le scapole
dell’arboreo. Trovai un giaciglio di fogliame. So che sognai.
Nel sogno mi sento potente, al cento per cento, il tutt’uno.
Sono in un luogo sconosciuto, che non mi è nuovo, che non mi è.
Sento lei però, la baccante, inesauribile nell’impeto,
lei balla e mi tocca e strofina la schiena e mi bacia sul collo.
Le prendo il seno, è composito come l’intrico che dal capo
le rabesca il volto, arzigogola di rami il brunito del ventre
e con foglie e linfa le intarsia i fianchi di edera minuta.
Quanto di sesso ho in me raccoglie il suo corpo. Lei ne rimane
carbonizzata. Io non so. Io non so come fare. La stringo
sul petto ed uno sparachiodi la assicura a me, anche se ormai,
sfrigolando, l’ho resa nulla: espiro e mi scopro di fiamma.
Senso di caduta. Nell’acqua. Mi bagno. Mi spengo. Mi sveglio.
Mi svegliai fradicio per l’umido di quel giaciglio di fogliame.
Vidi che i draghi convergevano verso me a causa di quel sogno:
loro sapevano, perché l’avevano sentito, visto,
e vedendolo m’ero visto. Bastò lo sguardo a intimorirmi.

III

Composti duplici, eravamo forme plurime dell’uguale,
così – quando i draghi volarono – realizzai; trasalii; e volai.
Riconobbi una nuova sagoma, la loro meta, un altro drago:
quello siderale: fu un’altra accezione del comprensibile,
perché era un nuovo approccio, un nuovo sistema di riferimento,
– quello stellare – per intendere senza sperare di capire.
Oltre l’atmosfera mi colse l’immensità, lo spaesamento,
e cercai la dilatazione del suo sguardo, ma troppo denso,
nel corpo troppo rarefatto – benché lucente – mi sfuggiva.
Nello spazio, dove sta tutto, senza rumore e attrito, piansi.
Con un gesto deviai la rotta di un meteorite. Colpii il drago
per scavare in lui, per trovare qualcosa, per caso, non so
che cosa, un’intuizione. Forse mi aspettavo viscere, ma
vidi solo me, in cose e in fatti. E anche lei, che non mi dà requie.
Mi si coagulava davanti la vita e non fui preparato.
Pensai di usare una cometa per cauterizzare il reflusso
ma non servì, i draghi divennero instabili fino al collasso,
marcirono, si compattarono e ne scaturì un buco nero
che iniziò a fagocitare. Anche la Terra innocua fu coinvolta.
Era il mio buio. Una deriva. E ne rimasi annichilito.

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