Un articolo che vi farà… – Cos’è il cliffhanger

Chiamato cliffhanger, negli ultimi anni è uno dei cardini della serialità e consiste in un finale in cui la narrazione si interrompe bruscamente in corrispondenza di un momento di grande suspense. Usato soprattutto nei finali di stagione (si veda la quinta serie di Game of Thrones), consiste solitamente nel lasciare uno dei personaggi principali tra la vita e la morte, o nel non-risolvimento di un nodo enigmatico di grande importanza per la storia.

Quella del finale sospeso è però una tecnica usata da sempre sia in letteratura (si pensi ai romanzi d’appendice) sia al cinema, spesso in vista di episodi successivi (parliamo quindi di saghe), ma anche in narrazioni che non prevedono alcun seguito. È bene però precisare che non si parla qui di opere lasciate incompiute per svariati motivi, come la morte dell’autore, ma di opere concluse, con un finale intenzionalmente lasciato aperto dallo scrittore.

Gli usi del cliffhanger

La domanda a questo punto sorge spontanea: perché un autore dovrebbe volutamente lasciare sospesa la propria storia?
Una simile tecnica può essere usata con esito comico, come nella novella Romanzo medievale di Mark Twain, in cui l’autore crea un intreccio che, confessa alla fine, non è più in grado di sciogliere:

non troverete alcun finale in questa storia, perché ho gettato l’eroina in un tale vicolo cieco che non mi resta che lavarmene le mani.

Può altrimenti essere usato con intento satirico: il finale sospeso è infatti la cifra stilistica della raccolta Woobinda e altre storie di Aldo Nove, in cui i racconti contorti, ossessivi e assurdi terminano spesso con una parola lasciata a metà. Obiettivo principale dell’autore, qui, è quello di dipingere una società afasica e farneticante: i suoi racconti vogliono riprodurre le chiacchiere inutili che caratterizzano i nostri tempi e, in questo contesto, il fatto che il finale sia lasciato sospeso è la conferma del vuoto di contenuti che mette alla berlina, della non importanza di ciò che si dice; le parole dunque restano a metà, si perdono nel vento, futili.

Fondamentale è poi questa tecnica per l’horror: moltissimi racconti brevi di questo genere, tra i quali ricordiamo quelli di Ray Bradbury, terminano senza una vera e propria chiusura del finale, lasciando il lettore a bocca asciutta. Un simile finale è efficace poiché permette di conservare il mistero, elemento fondamentale della narrazione noir, e richiede la collaborazione del lettore, che deve ricreare da solo il proprio scenario orrorifico.

Il coinvolgimento del lettore

Il finale sospeso può essere dunque usato per far ridere, intimorire o riflettere; talvolta per provocare o sorprendere: il punto interessante è che in ognuno di questi casi è richiesto al lettore uno sforzo interpretativo.

Di fronte a un finale sospeso, infatti, chi legge deve immedesimarsi per un attimo non nella storia, ma nell’autore e creare un suo finale con il solo ausilio dei dati forniti dal testo e della propria creatività; molto chiaro a questo proposito è Umberto Eco nelle sue Sei passeggiate nei boschi narrativi, in cui teorizza la figura centrale del Lettore che deve riempire gli spazi bianchi lasciati dalla narrazione con la sua attività inferenziale.

cliffhanger cosa èSe non nella ricostruzione della storia, lo sforzo di collaborazione è richiesto a chi legge per capire il senso della sospensione narrativa: nei racconti di Aldo Nove, ad esempio, è necessaria un’analisi contenutistica per capire il motivo della sua scelta.

Talvolta il racconto può terminare non con una sospensione della narrazione, ma con una reticenza: al lettore sono cioè forniti tutti gli elementi per costruire il finale che però non viene descritto dall’autore. In questo caso è richiesta una minima collaborazione – potremmo definirla “un gioco a unire i puntini” – che consiste solo nel raccogliere i dati presenti nel testo e nel creare la giusta sceneggiatura.

Il cliffhanger nel cinema

Oltre a quello letterario, anche il caso cinematografico offre interessanti spunti d’analisi per i finali sospesi: non possono non venire in mente Inception di Christopher Nolan, in cui ci rimane il dubbio se il mondo in cui si svolge la storia sia reale o immaginario; Shutter Island (Martin Scorsese), che non ci consente di sapere la verità sulla salute mentale del protagonista; Zodiac (David Fincher), che non ci svela l’identità del serial-killer, elemento ancora più sorprendente dal momento che il genere giallo-poliziesco prevede per sua natura un finale chiuso, dato che è consuetudine che il lettore/spettatore si metta in competizione col detective (o chi per lui) e pretenda un riscontro finale delle sue supposizioni. Pensiamo anche al caso italiano del Pasticciaccio gaddiano, primo giallo nostrano a sconvolgere la struttura del genere classico lasciando il lettore senza un finale.

cosa è cliffhanger
il finale sospeso di Inception

Parliamo quindi di una tecnica narrativa molto esplorata e sfruttata dai media soprattutto per stupire, per rendere memorabile una narrazione, usata soprattutto in quelle brevi che richiedono un finale “a effetto”, quindi a sorpresa o sospeso, il quale oltre all’efficacia nel creare sgomento nel lettore gli permette di non essere solo spettatore passivo, ma di mettersi in gioco diventando co-autore e riempiendo tutto lo spazio bianco che chi scrive gli lascia sulla pagina.

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