Personaggi. Attori e spettatori – Il romanzo della psiche

a cura di Pietro Martino


Nella sua introduzione al Giocatore di Dostoevskij, Antonio Pennacchi evidenzia il carattere atipico dell’opera nella produzione matura dello scrittore russo. Il Giocatore fu pubblicato nel 1866, nello stesso anno in cui veniva pubblicato Delitto e Castigo, testo che Pennacchi definisce come res cogitatae, per il suo carattere profondamente legato all’introspezione psicologica, all’analisi di un Io che si rovella e si macera, messo in situazioni che rispetto alla riflessione sulla psiche hanno un valore relativo. Il Giocatore è invece definito come res gestae, romanzo di fatti, di cose che accadono, di struttura più classica.

Non c’è dubbio che il romanzo della psiche sarà la via maestra nella storia del genere: essa, nel giro di mezzo secolo, porterà alla distruzione del romanzo come forma tradizionale (basti l’Ulisse di Joyce come esempio). Resta da chiedersi che cosa accada all’eroe in questo passaggio: da una forma che si era consolidata nel corso del secolo come serie di avvenimenti e situazioni che possono assumere un valore simbolico, a qualcosa di profondamente diverso.

L’eroe classico e il protagonista moderno

Il personaggio cambia. Alla figura canonica dell’eroe che si forma o cerca di formarsi (si pensi al Wilhelm Maister di Goethe, al balzachiano Rastignac di Papà Goriot, ma anche al nostro Renzo manzoniano), si sostituisce il modello di Raskol’nikov. Dostoevskij anticipa una strategia che diventerà anch’essa canonica quando a sostenerla sarà la psicanalisi freudiana. Il suo metodo d’indagine dell’interiorità sembra quasi premettere alle scoperte psicanalitiche, che prenderanno forma solo due decenni dopo la sua morte e influenzeranno profondamente lo sviluppo psicologico del personaggio (in senso moderno) all’interno della forma romanzo.

Basti pensare al nostro Svevo e al protagonista della sua Coscienza, parola chiave sia in psicanalisi che nel lessico del romanziere russo: Delitto e Castigo è il romanzo della coscienza di Raskol’nikov. Sulla stessa strada si pone un altro romanziere italiano, che figlio di Dostoevskij si dichiara più volte, ossia Moravia. Nei romanzi moraviani il personaggio tende ad essere analizzato (soprattutto nelle prime prove) o ad analizzarsi (soprattutto nei romanzi della maturità): la psicanalisi, freudiana e dei suoi epigoni, è per Moravia una costante, un’ossessione; è la galera dei suoi personaggi, che finiscono per guardarsi vivere e per cercare di comprendere le proprie azioni e i propri contatti col mondo alla luce di un’analisi meticolosa che ha qualcosa di oscuro e malato. Quando l’analisi non è autoanalisi, ma è rivolta all’altro, sfocia nel voyeurismo.

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Egon Schiele, Autoritratto

 

Il personaggio moderno pare afflitto da questo male specifico: non è più colui che vive, ma colui che si guarda vivere, o guarda vivere l’altro. Non ha più una missione che gli imponga le cosiddette peripezie; sta quasi sempre a casa o sul posto di lavoro, e macera la propria vita, spesso dozzinale, alla luce della sua incapacità di agire e prendersi ciò che oscuramente desidera: qualcosa che al primo strato della sua coscienza, l’unico che era indagato dall’analisi psicologica classica del personaggio tradizionale, risulta precluso.

Ricapitolando: il personaggio classico (si vedano i tre esempi dati in precedenza) è mosso da una serie di aspirazioni che rientrano nella sfera primaria, nella superficie della coscienza; quello moderno è invece colto in qualcosa che sta sotto le aspirazioni primarie e si muove nel secondario, nel magma profondo dell’inconscio.

Un nuovo eroe contemporaneo?

É importante rilevare che anche se stiamo riflettendo su una trasformazione letteraria, essa è legata all’evoluzione storica coeva al genere di cui stiamo parlando. Come è ovvio che accada è il tempo che ha modificato il romanzo e il suo personaggio, è la storia che ha provocato un cambiamento di cui Dostoevskij è stato almeno in parte della sua opera l’anticipatore, al quale non sono serviti quegli strumenti che per i suoi eredi saranno essenziali. Il personaggio moderno altro non sarà che una metafora o proiezione dell’uomo moderno.

moraviaL’uomo che guarda, citando un romanzo moraviano, è il moderno: schiacciato dai cambiamenti del suo tempo, dalla società di massa che lo isola nella consuetudine borghese e poi nella sua evoluzione che è quella del nostro tempo, così difficile da definire e così difficile da ritrarre compiutamente. Non è un caso che si parli oggi di crisi del romanzo e del suo personaggio, fra le tante crisi del nostro tempo, come se essi non fossero più capaci di descriverci e interpretarci in quanto epoca. Ma se c’è una continuità fra l’uomo di Dostoevskij, Svevo e Moravia e quello dei giorni nostri, è proprio in questa condizione disumana del guardare e del non vivere, dello scorrere la home page di Facebook una ditata dopo l’altra, contemplando la vita di qualcun altro.

Forse il mondo è diventato talmente piccolo, ma complesso, che il personaggio preferisce starsene a casa, davanti al computer. Si tratta di un nuovo eroe contemporaneo, ancora difficile da definire.

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