Parliamo di stile – Pavese e il mestiere di scrivere

pavese il mestiere di vivere

Articolo a cura di Pietro Martino


Sarà capitato di parlarne spesso, fra chi sporca la pagina o la carta, o butta giù delle canzoni; prima o poi viene il momento in cui ci si scontra con la questione dello stile, ed  è abbastanza immediato parlare di forma e di modelli, stilistici appunto, che si sono incontrati nelle proprie letture, ascolti e tutto il resto.

Naturale  che  si  cominci  a  imitare  e  sperimentare  un  certo  stile  che  ha  lasciato  il  segno,  e  così  si scrivono le pavesate, le dylaniate, le moraviate. Non c’è nulla di male, se non il fatto che la strada non è questa,  e  lo  stile  non  è  la  forma  o  la  costruzione  del  periodo,  la  determinata  figura  retorica  o  la  data sequenza di accordi e di suoni che ci ha colpito.

Una questione privata

Per chissà quale deformazione si è spesso portati a pensare che lo stile sia la somma algebrica di una serie di fattori: si possono usare arditi incastri di subordinate, o prediligere la coordinazione semplice e diretta  di  certi  scrittori  americani;  si  può  aderire  ad  una  metrica  franta  e  saltellante  o  ai  metri  classici della nostra tradizione, oppure al verso lungo e prosastico, o a mille altre possibilità che non sono altro che la veste tecnica di ciò che si sta costruendo. Ma non lo stile. Lo  stile  è  una  questione  intima  ed  individuale,  una  questione  privata,  dice  banalmente  qualcuno,  e questo  qualcuno  forse  non  lo  sa  (magari  stava  zitto  da  un  po’ e  ha  voluto  dire  qualcosa,  per  non  fare brutta figura) ma ha pienamente ragione.

Lo  stile  è  il  ritmo  interiore  che  ognuno  ha,  messo  sulla  carta  o  nella  narrazione,  dice  banalmente qualcun altro, e ha ragione pure lui, perché ci dà una perfetta definizione di stile. Per quanto si possa definire  qualche  cosa di indefinibile, proprio perché  personale, diversificato e privato,  generato dall’interno, dal moto dell’artista spinto a cercare una forma per esprimere la sua verità, la sua incapacità di trovare una verità, o qualsiasi altra cosa voglia esprimere: il cosiddetto tema della sua opera.

Il mestiere di vivere: Pavese riflette sullo stile

A questo  punto  pare  proprio di non aver detto nulla, fra un banalmente e l’altro.  Ritmo  interiore,  questione privata,  sono  soltanto  locuzioni, proprio come  lo  sono  verso martelliano,  lunga  sequenza  di subordinate,  stile  semplice,  e  tante  altre  frasi  che  identificano,  appunto,  una  questione  tecnica,  una tendenza  a  grattare  la  superficie  delle  cose  senza  mai  toccare  il  fondo  del  problema  dello  stile:  una questione che riguarda l’autore nel suo essere persona. E  allora?  Come  scrivere  il  romanzo  di  domani,  la  raccolta  poetica  che  cambierà  il  pensiero  di  una generazione?

Innanzitutto  tornando  sulla  terra,  viene  da  dire,  ricordando  che  l’arte,  prima  del  suo  traviamento nobilitante,  non  era  altro  che  una  questione  artigianale e  pratica,  e  che  lo  si  voglia  o  no  lo  è  ancora adesso  (si  prende  in  mano  la  matita  o  la  penna  e  si  fatica  e  si  prova,  si  fa  un  lavoro;  ci  si  ricorda  che l’arte, da sola, non può certo cambiare il mondo).

Il mestiere di vivere Diario(1935 – 1950), Cesare Pavese

Dopodiché si può prendere in mano un libro interessante, Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, in cui l’autore  ha  annotato pensieri  e riflessioni  degli  ultimi  quindici  anni  della  sua  vita:  sull’amore,  sulla  vita stessa, sulla scrittura e dunque sullo stile.

Cesare Pavese  era  narratore,  poeta,  saggista,  traduttore,  l’unica  cosa  che  non ha  fatto  è  stato  scrivere  per  il teatro (non che non ci abbia pensato). Si è a lungo cercato un suo stile, facendo prove, a detta sua, a dir poco  vergognose  e  imbarazzanti.  Ma a un certo punto si è ricordato anche di essere uomo, individuo che anela formarsi e maturare, prima di voler scrivere romanzi e poesie.

Individuo  che prima di tutto si deve confrontare con le sue miserie e con le sue opinioni, prima di pretendere di scrivere dei libri che siano sinceri, e non siano soltanto il collage dei sentimenti e dei pensieri di tutti gli altri scrittori che ha letto.

La fatica sincera dello stile

Sembrerà stupido, ma Cesare Pavese ci ha messo un po’ per capire che il lavoro dello scrittore non sta al di là della sua vita umana, ma al massimo può far parte di quel lavoro, faticoso, che è la vita (non è un caso che il diario sia intitolato così, per volontà dell’autore stesso). È proprio a quel punto che lo scrittore ha  iniziato  a  scrivere romanzi  e  poesie  di  cui  essere  almeno  in parte  soddisfatto:  appena  ha  cominciato  questo  durissimo  processo  a  se  stesso,  un  processo  lento  e doloroso,  logorante,  che  è  però  l’unico  che  permette  di  scrivere  sinceramente,  proprio  perché  si  vive sinceramente con se stessi, e con ciò che si ha intorno, e si soffre.

Cesare Pavese  ha  identificato  lo  stile  con  la propria  identità  di  uomo,  che  nello  scrivere, come  in  ogni  atto della vita, si mette davanti a se stesso, si giudica senza schermi e senza bugie. Ha identificato lo stile con la  costruzione  personale:  per  essere  scrittore  devi  essere  uomo,  devi  capire  che  uomo  sei  e  provare  a migliorarti e ad accettarti.

Lo stile, alla fine, è dentro chi scrive, è il modo in cui l’autore pensa, e i passaggi che fa, lo sforzo che la sua coscienza compie per diventare linguaggio e arte: la fatica sincera del suo essere uomo messa in fila sulla pagina.

 

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