I miracoli comuni – Le poesie di Wislawa Szymborska

wislawa szymborska

“Sei bella – dico alla vita –
è impensabile più rigoglio.”

(Wislawa Szymborska, Allegro ma non troppo)
 

Ricordo ancora il giorno in cui scoprii le poesie di Wislawa Szymborska: era il 14 febbraio del 2011, quindi san Valentino, e mia madre si presentò in camera mia con un pacchetto in mano: «Il regalo lo faccio a te perché sei tu l’amore della mia vita», disse. Mai avrei pensato, data la dichiarazione, che il pacchetto contenesse l’opera omnia della poetessa. Ricordo inoltre che passai la serata leggendo poesie prese dalle diverse raccolte, e di come mi stupii del fatto che, per quanto trattassero i temi più disparati, quelle parole emanassero sempre, continuamente, una leggerezza di fondo, incapace di venire meno persino nel parlare di solitudine e di perdita. E’ stato allora che ho capito perché la poetessa polacca, classe 1923, premio Nobel alla letteratura nel 1996, fu definita da un articolo del Sole 24 ore “La poetessa del sorriso”.

wislawa szymborska

Wislawa Szymborska

 

Già, perché Wislawa è la poetessa che parla di ciò che tutti vediamo e tutti sentiamo, ma lo fa dimostrando che è esattamente questo ciò che nella vita vi è di meraviglioso, o per meglio dire, di stupefacente (il concetto di stupore è molto caro a Wislawa e ricorre spesso nelle sue poesie), dal momento che  ognuno di noi ha a che fare con dei “miracoli comuni”, appunto, qualcosa che è alla portata di tutti ma che ogni volta si presenta con una sua irripetibile individualità.

A tal proposito, Wislawa concepisce il tempo come un fluire continuo, dove «nulla due volte accade», esattamente come fu per Eraclito; non è un caso, infatti, che il filosofo greco venga chiamato in causa esplicitamente all’interno di una sua poesia (Nel fiume di Eraclito).

Questo approccio potrebbe sicuramente essere causa di una visione pessimista della vita, ma certo non per lei; tra una parola e l’altra infatti, Wislawa Szymborska e la sua ironia sembrano sorriderci e dirci che di fronte alla bellezza di tutto questo vivere non abbiamo nulla da temere, neppure la morte. A conferma di ciò, Wislawa Szymborska scrive di essa come di una vecchia conoscenza – anche un po’ imbranata – che prima o poi va incontrata nuovamente, senza timore, ma al massimo con curiosità e forse anche con un po’ di compassione, perché, dice, «la morte è sempre in ritardo di quell’attimo: a nessuno può sottrarre il tempo raggiunto» (da Sulla morte, senza esagerare).

Questo atteggiamento emerge soprattutto in Intervista con Atropo, straordinario dialogo con una delle Parche dove la poetessa, nel ruolo di intervistatrice, mette alle strette la dea cui spetta il compito di recidere il filo della vita, in un climax di ironia via via sempre più evidente fino ad arrivare al “colpo basso”: dichiarare alla morte la propria mancanza di paura: «“In tal caso, addio. O per essere più esatti…” “Lo so, lo so. Arrivederci.”»

Qualcuno, dando un’occhiata alla biografia di Wislawa Szymborska, potrebbe dire che le fu facile guardare alla morte in quest’ottica: la poetessa visse la Polonia della Seconda Guerra Mondiale trascorrendo  tutta la sua esistenza a Cracovia, sfuggendo agli orrori che colpivano il suo paese e avendo sempre l’opportunità di scrivere per riviste letterarie di diversa sorta. Una vita piuttosto tranquilla e felice, quindi, ma c’è da ricordarsi che Wislawa, nel 1990, perse il marito, Kornel Filipowicz; e la consapevolezza di cosa si provi nel perdere qualcuno che si ama si fa, ancora una volta, poesia: nella raccolta Fine e principio, del 1993, la poetessa pubblica Il gatto in un appartamento vuoto, malinconica metafora della solitudine incolmabile data dalla morte di qualcuno a noi caro.

Troviamo quindi il tema dell’amore, della morte, dell’irripetibilità, della perdita; ma, per citarne altri ancora, della casualità, della superficialità e della guerra. Wislawa Szymborska tratta i più disparati temi, ma la sua poesia diventa, per ovvie ragioni, più intima e sentita laddove essa affronta un discorso metapoetico: Wislawa si autoriconosce, si scopre come poetessa, e a questo riconduce le sue qualità, il suo potere, anche se non rinuncia a ironizzare anche al riguardo (nel componimento Ad alcuni piace la poesia dirà che persino nei poeti possiamo trovare solo due individui su mille che apprezzino realmente l’arte della scrittura). Tuttavia, la poetessa realizza una meravigliosa sintesi di ciò che rappresenta la poesia per lei, una sintesi di un’efficacia tale da divenire il titolo della sua opera omnia: La gioia di scrivere.

Perché più di tutto e molto semplicemente, Wislawa Szymborska è questo, una poetessa: una donna che scrive di ogni cosa che la smuove, e che smuove ogni cosa scrivendo.

 

La gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.


Nulla due volte

Nulla due volte accade
Né accadrà. Per tal ragione
Nasciamo senza esperienza,
moriamo senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
Della scuola del pianeta
Di ripeter non è dato
Le stagioni del passato.

Non c’è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
né due baci somiglianti,
né due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
Qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos’è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perché tu, ora malvagia,
dài paura e incertezza?
Ci sei – perciò devi passare.
Passerai – e in ciò sta la bellezza.

Cercheremo un’armonia,
sorridenti, fra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d’acqua.

 

 

 

[Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945-2009), a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, 2009
www.poetarumsilva.com]

 

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