Menù – Cosa significa insegnare

insegnare v. tr. [lat. *insĭgnare, propr. «imprimere segni (nella mente)», der. di signum «segno», col pref. in-1] (io inségno, … noi insegniamo, voi insegnate, e nel cong. insegniamo, insegniate). –

1.

a. In genere, far sì, con le parole, con spiegazioni, o anche solo con l’esempio, che qualcun altro acquisti una o più cognizioni, un’esperienza, un’abitudine, la capacità di compiere un’operazione, o apprenda il modo di fare un lavoro, di esercitare un’attività, di far funzionare un meccanismo, ecc […]

Così dice la Treccani, e io le credo. Tra le molte cose che accomunano ogni persona a qualsiasi altro suo simile, di certo una è quella di aver avuto, prima o poi, qualcuno che ha fatto sì, con le parole, con spiegazioni, o anche solo con l’esempio, che essa acquistasse… et cetera.
Fin qui, tutto chiaro. Questo è il significato più comune, e infatti sfoggia una sostanziosa a a supporto della sua tesi. Questa a, a dire il vero, è talmente succulenta e appetitosa che chiunque dia un’occhiata all’enciclopedia si ferma a lei: non va avanti. Non legge quello che c’è dopo.
Non mangia anche la b, insomma. Che, però, è altrettanto nutriente, e ve la servo subito.

b. In senso morale, far contrarre a una persona, con discorsi, con l’esempio, con la persuasione, un’abitudine o una disposizione buona o cattiva […]

Ogni volta che qualcuno si ferma alla a di un lemma, la b muore. Ed è un vizio molto comune quello di fermarsi alla prima lettera dell’alfabeto – all’insalatina dell’antipasto, per intenderci.
Quante persone hanno incontrato, nella loro vita, un insegnante che prima di insegnare avesse pasteggiato con la a? Tutti, fino a prova contraria.
Quante persone hanno incontrato, nella loro vita, un insegnante che prima di insegnare avesse pasteggiato con la b?

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Sapete già dove voglio arrivare. Ma questa non è una polemica: la mia è una domanda molto articolata – di circa cinquemila battute – a chi ha insegnato, a chi insegna e a chi vorrebbe insegnare: quali sono i segni che è necessario imprimere nella mente dei propri studenti? Numeri e lettere sono sufficienti?
Oh, avanti. La lectio facilior non ha mai convinto nessuno.

Il punto è che nessuno conosce la risposta. Siamo finiti, io e voi, in quel prodigioso universo astratto chiamato “boh”.
Miriadi di insegnanti anoressici sono andati avanti ad a per tutta la loro carriera, senza mai chiedere al cameriere il resto del menù. Ulteriori miriadi lo stanno facendo ora e lo faranno domani. E dopodomani. Tra dieci anni.
I cuochi della Treccani sono disoccupati da decenni, probabilmente.

No, non è una polemica, questa è un’interrogazione. L’esito non è scontato. Perché la maggior parte degli insegnanti non insegna nel senso pieno del termine? Perché nessuno ha insegnato loro a farlo. Perché nessuno ha insegnato a qualcuno a insegnare agli insegnanti? Di questo passo dovrò andare a chiedere a qualche divinità il motivo per cui nessuno, qui, abbia la più pallida idea di cosa stia succedendo.

 uno studente ricorda cosa gli è stato insegnato più o meno quanto ricorda – se non di più – chi è stato a farlo; la sua espressione mentre lo faceva, forse persino i suoi pensieri.

Professoressa, lei se lo ricorda che magnifico sorriso avesse mentre mi stava spiegando Platone? Io sì. E difatti Platone me lo ricordo. Ma ricordo altrettanto bene che faccia avesse la mia professoressa di matematica mentre mi spiegava il teorema di Ruffini, e perciò credo che neanche Freud riuscirebbe a tirarmi fuori un procedimento che avevo appreso a fatica e adesso ho rimosso dal cervello alla stessa maniera di un trauma.
Divertente, questa cosa che la psicologia c’entra in qualche maniera con l’insegnamento…
A me il Pulitzer per il grande scoop.

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Ma veniamo al dunque. I segni che noi imprimiamo nella mente dei nostri studenti non sono tacche sul muro di una prigione, né iniziali d’amore su un albero o incisioni rupestri. Si tratta, piuttosto, di tutta l’empatia con cui riusciamo a porci in ascolto: un insegnante non spiegherà mai nulla di veramente utile finché non si sarà fermato a sentire cosa abbiano da dire i suoi studenti. Questa può essere un’opinione favolistica e lontana, talmente scontata da essersi persa in leggenda. Ma se smettessimo di pensare che per fare l’insegnante basti avere una valigetta e un bel po’ di cose in testa, forse questo sarebbe un mondo migliore in cui professore e studente si guarderebbero negli occhi. Ci sarebbe, allora, uno scambio equo tra le due parti in cui nessuna delle due morirebbe mai di fame, perché entrambe disposte a condividere ciò che sanno.

Perché anche gli studenti sono insegnanti. Chiunque di noi lo è, nel suo piccolo, per le persone che incontra. Perciò posiamo il gessetto e portiamo i nostri studenti a fare una passeggiata. Chiediamo loro cosa pensano di noi e cosa vorrebbero fare da grandi senza stroncare, come al solito, quello che vuole fare l’astronauta.
La b ci aspetta.
Grassa e fiduciosa.

Articolista e organizzatrice di eventi culturali.
Scrivo poesie.

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