Il continuo restare – Le poesie di Marina Cvetaeva

‘Ai miei versi’, poesia di Marina Cvetaeva

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.
Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!
Sparsi tra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il tempo.

(Koktabel, maggio 1913)


Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca l’8 ottobre del 1892. Figlia di una pianista polacca, Marina Mejn, e di Ivan Cvetaev, fondatore di quello che oggi è il museo Puškin, la poetessa trascorre l’infanzia in un ambiente ricco di stimoli culturali, tanto che non stupisce il fatto che si avvicini alla scrittura a soli sei anni.

La sua formazione avviene in luoghi differenti (Mosca, Svizzera, Germania) a causa dei diversi viaggi cui la famiglia è costretta per la malattia della madre; nei suoi spostamenti la famiglia Cvetaev soggiorna per sette mesi in un caseggiato di Nervi (tutt’oggi esistente) proprio qui, a Genova.

Ciò tuttavia non ostacola la produzione della giovane poetessa: a 17 anni infatti, la Cvetaeva si trasferisce a Parigi da sola, e lì pubblica, a proprie spese, la sua prima opera, Album serale, che verrà subito notata da alcuni tra i più importanti poeti dell’epoca, tra cui Maksimilian Volosin (autore presso il quale soggiornarono tutti i poeti russi di quegli anni); è proprio presso la sua dimora che la Cvetaeva conosce Sergej Efron, l’uomo che sarebbe di lì a poco diventato suo marito e padre dei suoi tre figli.

poesie di marina cvetaeva
Marina Cvetaeva

E’ tuttavia lo stesso Efron a segnare l’inizio delle sue disgrazie: seguendolo nei suoi viaggi infatti Marina vive la rivoluzione del 1917, e ciò le costa un lungo periodo di separazione dal marito, le sofferenze della carestia che colpì Mosca in quegli anni e la perdita di una figlia.

Dopo un periodo di tregua, dal 1922 al 1925, anni in cui vive a Praga, Efron viene coinvolto nell’omicidio del figlio di Troskij e costretto a fuggire prima in Spagna e poi in Russia, lasciando la propria famiglia nella miseria.

La poetessa tenta dunque di tornare in patria, dove però quel senso di emarginazione che la accompagnava già dall’immediato post guerra si intensifica ulteriormente: malgrado il supporto di qualche poeta russo, la donna era agli occhi di tutti una traditrice, nel clima di sospetto che gravava sulla Russia dell’epoca; nel 1939 la figlia e la sorella vengono arrestate e deportate, e Efron viene fucilato. Fadeev, capo dell’unione degli scrittori a cui la Cvetaeva aveva chiesto aiuto, la allontana da Mosca.

Marina si ritrova sola a Elabuga, con un figlio che lamenta la loro miseria; il 31 agosto del 1941 si impicca nella propria casa, incapace di sopportare tutto quel dolore.

La poetica di Marina Cvetaeva

Marina Cvetaeva condusse una vita frenetica e segnata dalle sofferenze, sofferenze tanto forti da spingerla al suicidio. Eppure sono proprio quelle esperienze a fare di lei quella che il poeta Iosif Brodskij definì

la prima poetessa del XX secolo

marina cvetaeva poesie
Vladimir Majakovskij

tale affermazione è certamente vera, per quanto riguarda l’ambiente russo: la Cveateva è infatti la prima nella storia della poesia di questo paese a scegliere un approccio così intimo con la propria produzione scritta.

La sua poetica fu per lungo tempo influenzata dal Futurismo (fu infatti cara amica di Vladimir Majakovskij), ma è impossibile non notare, specialmente nell’ultima parte della sua vita, l’influsso del Romanticismo (dovuto principalmente, come per ogni poeta russo che si rispetti, alle poesie di Aleksandr Puškin, al quale dedica anche un componimento) e dalle opere di uno dei suoi più cari amici, Boris Pasternak.

Marina Cvetaeva e Boris Pasternak

Il loro rapporto fu, per entrambi, qualcosa che segnò inesorabilmente le rispettive produzioni e vite, ne è prova un carteggio (di cui manca la traduzione italiana) epistolare dal 1922 al 1936. Tale relazione tuttavia non si risolse mai sentimentalmente, al punto che Marina Cvetaeva stessa descrisse il loro incontro, avvenuto nel 1935, come un “non incontro”.

In mancanza di una traduzione delle loro lettere (è interessante menzionare almeno il titolo complessivo della raccolta, ovvero Le anime cominciano a vedere) ritengo sia tuttavia molto esauriente, per quanto concerne la forza del sentimento provato dalla poetessa nei confronti di Pasternak, questa bellissima poesia:

A Boris Pasternak.

Distanze: verste, miglia…
ci siamo dispersi, disuniti
per vivere dismessi, muti, buoni
ai confini opposti della terra.

Distanze: verste, spazi…
ci siamo dissaldati, spostati
disgiunte le braccia – due crocifissioni,
non sapendo che si trattava della fusione

dai talenti e dai tendini annodati
non disaccordati: disonorati,
disordinati…
Muro e buco d’argilla
siamo soli, come due aquile –

congiurati: verste, spazi…
Non decomposti, spaesati.
Per asili e tuguri terrestri –
come orfani, smarriti.

E quale, quale marzo è oggi?
Ci hanno smazzato, come carte.

(24 marzo 1925)

poesie-marina-cvetaeva
Boris Pasternak

La premessa che è necessario fare, prima di qualsiasi commento inerente alla poesia in sé, è che se già analizzare una poesia la cui lingua d’origine non è la nostra, rappresenta un compito difficile, ciò vale ulteriormente per le poesie russe, in cui la maggior parte delle scelte stilistiche vanno perdute anche nella migliore delle traduzioni.

La Cvetaeva vuole qui esprimere un concetto che segnò tutta la sua vita, incluso appunto il rapporto con Pasternak: la distanza, il senso di separazione e alienazione da tutto, anche da ciò che le fu più caro. Per fare questo, lavora essenzialmente su due aspetti: la composizione delle parole e i suoni, l’uno conseguente all’altro.

La parola che è più comunemente considerata il titolo della poesia, Distanze, deriva dal russo “Rasstojanije”, che è a sua volta l’unione del prefisso “ras-” e il verbo “stat”. A voler compiere una traduzione letterale, il concetto di distanza racchiuso nella parola russa è «essere costretti in luoghi altri», poiché il verbo indica uno stato in luogo piuttosto forzato e il prefisso “ras-” allude al disperdersi. Tale prefisso (che nel testo in lingua originale è enfatizzato dalla presenza di un trattino: “rass-tojanije) ricorre per tutta la poesia, nel secondo verso di ciascuna strofa (un esempio indicativo: quello che in italiano è reso come “decomposti”, in russo è indicato come “rastroili”).

Tale scelta nelle parole e nei verbi comporta un’enfasi del concetto di separazione, dettata anche dai suoni: letti in lingua originale, creano infatti una forte allitterazione della lettera “r”, dando quindi un tono ulteriormente doloroso al tutto.

Un’ ulteriore scelta emblematica, resa, questa volta, anche dalla traduzione italiana, è rappresentata dalla strofa finale, che forse più di tutto il resto dà un’idea efficace della forza che questo senso di distacco esercita nella poetessa: ciò vale tanto per il paragone di per sé, «ci hanno smazzato, come carte» , quanto per il fatto che il verso risulta, per l’appunto, spezzato: tutte le strofe precedenti hanno quattro versi, mentre quest’ultima ne ha solamente due, e per giunta a livello di lettura l’ultimo verso risulta come sospeso, incompleto, fuori dal ritmo rispetto agli altri, proprio a volerlo sottolineare ulteriormente.

Ho dunque voluto riportare questa poesia, tra le tante da lei scritte, perché è a mio avviso emblematica di ciò che Marina Cvetaeva ha rappresentato e rappresenta nella storia della poesia, soprattutto quella russa: la possibilità di prendere il proprio dolore e dargli una forma, far trovare una via d’uscita ai propri sentimenti e farlo mettendo qualcosa di sé in ogni singolo elemento che compone ciò che si scrive; e non necessariamente perché qualcuno debba comprenderlo, ma quasi per salvarsi da se stessi, per capirsi meglio e non sprofondare nel silenzio.

Tutto il mio scrivere è un continuo prestare orecchio.

[Lev Losev, Marina Cvetaeva (1892-1941), in Storia della letteratura russa. III. Il Novecento, a cura di E. Etkind et. al., Torino: Einaudi, 1990
Marina Cvetaeva, Distanze, da L’anima in fiamme: poesie, Milano, Acquaviva, 2008
Marina Cvetaeva, Ai miei versi, da Nemmeno sapevo d’esser poeta, Milano, Feltrinelli, 2014]

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