Lost in translation – Scelte di traduzione

Lost in translation è un film diretto da Sofia Coppola che ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura nel 2003. Nonostante il titolo, esso non ha niente a che fare con la nobile arte della traduzione, anzi, è una storia d’amore, e forse proprio la sua trama ha fatto pensare di poterlo presentare nelle sale italiane con il titolo L’amore tradotto.

Ironia della sorte, attraverso questa scelta il significato originale del titolo è stato davvero lost in translation, ossia letteralmente perso nella traduzione di quegli addetti ai lavori che spesso usano un po’ troppa creatività nel farlo, almeno in Italia.

i protagonisti di Lost in Translation

A loro difesa però c’è da dire che la traduzione dall’inglese all’italiano è spesso davvero problematica, non solo per quanto riguarda i tanto vituperati titoli dei film, ma per tutte le opere artistiche: questo soprattutto per l’ovvia diversità fonetica tra le due lingue, che porta all’impossibilità di rendere al meglio alcune figure retoriche, come allitterazioni, assonanze e consonanze, in molti casi fondamentali per l’impatto dell’opera stessa.

Oltre a questa considerazione quasi scontata, è bene sottolineare che l’elemento forse storicamente più determinante nella scelta di alcune tecniche di traduzione è stato però quello della differenza tra la cultura anglosassone e quella italiana, un tempo davvero marcata, la quale favoriva l’intraducibilità di certe espressioni e modi di dire appunto per la mancanza di appositi riferimenti culturali.

Traduzioni eccessive

La reazione a questa difficoltà in un primo momento è stato il tentativo di traduzione totale ed indiscriminata; forse per fare meglio immedesimare il fruitore mediterraneo, forse per facilitare la diffusione di opere che si sarebbero poi rivelate senza tempo né limite geografico, in nome di questa missione fino a pochi decenni fa si giustificavano spesso alcune evidenti forzature.

Per accorgersene, basta guardare la prima traduzione di Orgoglio e Pregiudizio, risalente al 1932: oggi a nessun traduttore verrebbe mai in mente di tradurre il nome della protagonista (Elizabeth-Elisabetta) e l’idea che una ricca abitante dell’Hertfordshire possa chiamarsi Giovanna Bennet fa quantomeno sorridere qualunque lettore contemporaneo.

Ma il gravoso compito non poteva essere portato avanti solo dagli editori, e infatti anche l’industria della musica italiana decise di darvi il suo contributo. Soprattutto durante gli anni della Beat Generation, essa ha sfornato innumerevoli versioni tradotte di canzoni anglosassoni, come Sono bugiarda di Caterina Caselli (1967) reinterpretazione di I’m a believer dei Monkees, o Pregherò, di Adriano Celentano (1965), rifacimento di Stand by me di Ben E. King. A metà tra musica e letteratura, anche il recente premio Nobel Bob Dylan vanta una rivisitazione in salsa italica della sua Knockin’ on heaven’s door, ovvero Ai miei figli che dirò di Adriano Pappalardo (1975).

Barton Cottage nel film su Ragione e Sentimento di Ang Lee (1995)

Oggi, nell’era della contaminazione continua tra inglese e italiano, questo trend ha decisamente perso molto del suo appeal. Più persone conoscono effettivamente la lingua inglese, e quindi molti traduttori tendono a lasciare invariate alcune espressioni e nomi, consapevoli del fatto che le meno efficaci trasposizioni in italiano non soddisferebbero i lettori/spettatori/ascoltatori di nuova generazione. Infatti, riprendendo Jane Austen, la versione italiana di Ragione e Sentimento del 2008 lascia vivere le sorelle Dashwood nel loro cottage, senza trasferirle in un banale “villino di campagna”.

Il caso Harry Potter

Decisamente controcorrente rispetto a questo tipo di tendenza è stata invece la traduzione dei primi tre libri della saga di Harry Potter, negli anni dal 1998 al 2000, che infatti è stata subissata da critiche di ogni genere. È innegabile che l’utilizzo da parte di J.K. Rowling di giochi di parole e neologismi vari l’abbia resa parecchio più complicata, ma alcune scelte sono quantomeno discutibili, per esempio per quanto riguarda i nomi delle case.

Se per Hufflepuff, letteralmente “sbuffare a raffiche o folate”, è stato comprensibilmente ritenuto di mantenere solo l’allitterazione nel nome Tassorosso, la traduzione di Ravenclaw (letteralmente “artiglio di corvo”) con il poco lusinghiero Pecoranera snaturava in modo così evidente il carattere che l’autrice aveva voluto dare alla casa che l’editore Salani ha ritenuto di dover ristampare tutti e tre i libri, correggendola con la più corretta Corvonero.

Lasciando da parte le considerazioni storiche, tradurre è un compito molto più difficile e nobile di quanto sembri, tanto che il diritto italiano copre (giustamente) le traduzioni con lo stesso diritto d’autore che tutela le opere letterarie, cinematografiche e teatrali, a patto però che esse contengano un sostanziale elemento di “creatività”. La speranza è che in nome di ciò non vi sia la tentazione di sacrificare la bellezza degli originali, e che questa non venga mai più, appunto, persa nella traduzione.

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