L’età del long-form journalism: apologia del dilungarsi bene

Il long-form: elogio della forma lunga (ri)nata su internet. Un fenomeno fuori dal presente, ma più vivo che mai.


long-form journalism


Qu’est-ce que le long-form?

Una volta era A modest proposal, poi è diventato il J’accuse, se chiedessimo invece al ben più contemporaneo Matthew Ricketson riguardo ai tempi moderni risponderebbe definendolo “[…] use journalistic methods to research and write independently about contemporary people, events and issues […] for a broad audience (Australian Journalism Today, Palgrave Macmillan, 2012), ovvero “usare i metodi giornalistici per fare ricerca e scrivere in modo indipendente riguardo problemi, eventi e persone dell’attualità per un pubblico ampio“.

Stiamo parlando di quello che una volta era etichettato come “pamphlet”, la cui rapida mutazione l’ha ridefinito come articolo dei magazine, prima, e dei moderni blog, poi.

Esiste però, ed è questo il punto della questione, una particolare tipologia di articolo che in tempi recenti ha assunto una propria particolare identità sul web ed è stato definito come long-form journalism, oppure long-read. Si tratta di articoli lunghi, approfondimenti che richiedono un vasto lavoro di ricerca da parte dell’articolista, integrati dagli strumenti multimediali oggi a disposizione e che, soprattutto, ricalcano quel modus una volta tipico del magazine, ruolo ormai (quasi) completamente sussunto dai blog online.

Attenzione però a restringere la questione al solo ambito di giornalismo d’attualità, visto che si definisce long-read anche il racconto e, soprattutto, l’approfondimento culturale in ogni suo campo (cinematografico, letterario, artistico, scientifico, tecnologico).


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Qual è il pedigree di un long-read? Esistono varie tesi in proposito, ma le più accreditate e numerose conferiscono a un contenuto web lo status di long-read una volta superate le duemila parole, ovvero una cifra compresa tra le dodici e le tredicimila battute (a occhio due pagine e mezzo/tre di Word); il tutto a dispetto di una versione antitetica, detta short, che non supera le sei/settecento parole.

Perché tante disquisizioni formali? Dopotutto la qualità di un contenuto non si misura certo in numero di parole. Siamo d’accordo, ma riflettere sulla manifesta diffusione di questi elefanti multimediali (spesso dei veri e propri mini-saggi), che popolano le nostre bacheche Facebook, fa sorgere una domanda ben più che lecita: in tempi come questi, in cui spesso ci si lamenta della velocità furibonda con cui fruiamo di notizie e nozioni, com’è possibile che un format come quello del long-read (r)esista?

Una risposta potrebbe essere che si tratti di un fenomeno ristretto a un’enclave di fanatici come quelli del vinile. Lettori posati e ponderanti che leggono articoli di grandi dimensioni, facendosi venire la tendinite a furia di far scorrere la rotellina dei mouse.

Di certo stiamo parlando di un fenomeno la cui diffusione è da riconsiderare in base al numero di coloro che, prima di tutto, gli articoli li leggono – lunghi o brevi che siano – ma che non per questo contano poco nel panorama culturale (cartaceo, ma soprattutto multimediale). Voglio dire: non si paragonano di certo le letture di un pezzo long-form con le visualizzazioni di Gangnam Style, ma il senso è che il long-read è una forma ormai assodata e, nelle modalità che vedremo, assurta a vero e proprio must anche per giornalisti d’altissimo profilo: andate a chiederlo a John Branch, vincitore del premio Pulitzer 2012 con quel capolavoro di Snow Fall (New York Times).


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Una controtendenza che funziona

Eppure, al di là della tendenza comune a togliere, invece che ad aggiungere, al di là del sempre più frequente abbandono della lettura del giornale (quotidiano o rivista che sia), il long-form funziona e va a soddisfare un bisogno sottolineato anche da David Remnick, editor del New Yorker:

“there is a human hunger for deep information, real examination, and the kind of reporting that takes time. This hunger is more quickly satisfied with the web“.

Esiste, dice Remnick, una grande fetta di pubblico che, contrariamente a quello che si pensa, gradisce l’approfondimento, gradisce il superamento della mera fase informativa – spesso affidata al semplice scroll/refresh della bacheca di un social network – vuole dedicarvi molto più tempo di quanto si sospetti e soprattutto gradisce trovare quello che cerca proprio sul web, spazio virtuale spesso accusato di aver degradato la tradizionale fruizione della cultura e, di conseguenza, la sua penetrazione nel tessuto sociale rendendola più frivola, superficiale e sciatta.

Il long-form è l’esatto contrario di una fruizione passiva e poco approfondita: lo dimostrano realtà come Prismo Mag (quarantamila like su Facebook), che abbraccia la cultura contemporanea a trecentosessanta gradi, oppure realtà più settoriali come La Balena Bianca (puntata sulla letteratura) o L’ultimo uomo (più di centomila like) centrato sul mondo dello sport e in particolare del calcio.

Realtà come queste, che lavorano quasi esclusivamente sul web, riescono ad attrarre un pubblico certamente selezionato, ma comunque molto ampio, non ancora paragonabile a quello di riviste storiche e di larga diffusione online come Internazionale e Wired (forti però di una storia più lunga e di una controparte cartacea), ma che comunque testimonia una controtendenza molto estesa.

Anche dall’estero possiamo intercettare realtà importanti come Longform, che raccoglie i migliori articoli long-read apparsi sul web, e Informant, canale web che pubblica articoli ed ebook e che, per statuto, “si occupa di attualità, economia e tecnologia con un approccio internazionale e un taglio narrativo“, pubblicando “long-form, storie non-fiction, reportage, inchieste e brevi saggitutti corredati di “video e/o dati (infografiche, mappe, data journalism)”.

 


Il dono della multimedialità

Uno dei tratti caratteristici del long-form (e forse quello che ne ha determinato il successo) è di essere concepito e realizzato esclusivamente per la messa online, poiché il web concede uno spazio pressoché inesauribile (eliminando la fastidiosa conta delle battute tipica del vecchio giornalismo cartaceo) e la possibilità di sfruttare la multimedialità.

In questo modo dal testo si passa a quello che solitamente viene definito ipertesto, capace di aggiungere allo scritto contenuti audio e video per ampliare ulteriormente ciò che si dice e link esterni per dare al lettore la possibilità immediata di creare parallelismi e distinguo, senza dover per forza fare conto sulla condivisione di un Codice o di un’Enciclopedia tra chi scrive e chi legge: ogni tecnicismo può essere affiancato da un link diretto a una pagina di dizionario, oppure da box a comparsa/scomparsa atti ad agevolare la comprensione del lettore.

Si possono aggiungere immagini, GIF (Graphics Interchange Format, ovvero immagini in movimento), widget che facilitino la lettura e animazioni che la rendano più coinvolgente: due esempi di ipertesto perfettamente riusciti sono La rivoluzione tattica della serie A, articolo di Emiliano Battazzi uscito su L’ultimo uomo il 19 dicembre 2016 e il già citato Snow Fall di John Branch, vero e proprio capolavoro visivo che racconta una valanga sulle Washington cascades con tanto di inserti video, immagini e animazioni.


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Nuovi supporti per nuovi testi

Il long-form deve essere poi contestualizzato con l’ascesa inarrestabile di tutto ciò che è device e mobile: e-reader, smartphone e tablet hanno acquisito un fetta di mercato preponderante anche per quanto riguarda la fruizione della cultura. Si può dire anzi che i long-form siano ancora più agevoli e consultabili proprio dal mobile invece che dal computer, che impone una certa fissità a chi legge.

Grazie alla diffusione dei device e delle reti Wi-Fi – su cui molti comuni stanno facendo importanti investimenti per riuscire a ricoprire le zone nevralgiche dei centri storici, dei servizi pubblici e degli uffici – molte più persone hanno la possibilità di connettersi alla rete e di leggere anche durante le lunghe attese e gli spostamenti.

Uno dei problemi che più spesso si manifesta è che questi contenuti vengono diffusi sui social tramite le relative pagine e non sempre il lettore ha tempo di fermarsi a leggere non appena vede il link. Fondamentale in questo senso la nascita e la diffusione di alcune app come Instapaper e Pocket, le quali permettono al lettore di salvare le pagine web (servizio messo a disposizione anche dalla stessa applicazione di Facebook) e poter tornare a consultarle in un secondo momento.


La nicchia combattiva: chi legge i long-read?

Eppure, a proposito dei fruitori del long-form, non stiamo certo parlando di masse oceaniche, ma di una nicchia resistente e impermeabile (anzi, in questo senso reazionaria) al dilagante restringimento dell’informazione. Social, quotidiani, agenzie stampa, pagine culturali, Facebook: il modo di informarsi e approfondire sul web ha ormai barattato la riflessione e l’andare a fondo delle cose con l’immediatezza e la velocità della breaking news online, tanto che – con una provocazione – si potrebbe dire che l’innovazione più profonda del XXI secolo nel campo della forma giornalistica sia stato l’articolo di giornale in centoquaranta caratteri.

La nicchia (che poi, tanto nicchia non è) culturale è rimasta invece aggrappata a quella che una volta era la forma tipica del magazine, ovvero l’articolo di approfondimento culturale di più ampio respiro, una delle pochissime istanze conservative che, cambiando il supporto, alla fin fine è risultata innovativa.

Ed è proprio la questione del supporto il punto focale: il long-form ha dimostrato che i lettori erano affezionati non tanto al format cartaceo del magazine (che comunque non è morto), ma più che altro al tipo di scrittura e di riflessione lunga che esso comportava.

Un modello che si è agilmente trasferito dalla carta al web, trovandosi ancor più a suo agio e coadiuvato dai fenomeni sopra descritti: diffusione della rete su larga scala, diffusione di device che oggi costano certamente meno di qualche anno fa, creazione di contenuti ad-hoc e quindi multimedialità.

Il concetto base è diventato quello di scrivere di più, per riuscire a esprimersi senza la ghigliottina della conta delle battute imposta dalla forma cartacea; scrivere di più per espandere i concetti e riuscire a risultare non solo informativi, ma argomentativi, in quanto esiste spazio di manovra per chi vuole suffragare la propria tesi portando esempi e dati sempre più specifici. Il long-form diventa così una controtendenza utile che contrasta con la lettura frettolosa, incompleta e quindi superficiale che molti fanno delle notizie, delle retrospettive, degli approfondimenti.

Si tratta di una novità piacevole, o meglio di una vecchia consuetudine che è riuscita a rimettersi in pari col suo tempo e che, grazie a questo connubio di passato e presente, è riuscito a conquistare una fascia d’età davvero ampia. I fruitori di internet e dei social, infatti, non sono più solo i giovani di età compresa tra i 15 e i 30 anni, ma anche quella larghissima fascia di ultracinquantenni che ha ormai messo piede sul satellite della tecnologia, proprio quella fascia che, al contrario dei più giovani, non ha vissuto l’epoca della carta stampata in modo tangenziale e liminare, ma ci è nata e cresciuta dentro. Quando hai un pubblico più abituato al reportage che al tweet è quasi fisiologico che il long-form abbia un gran successo.


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Storytelling

Quale stile per i long-read?

La domanda sorge spontanea. Pur con un pubblico ricettivo, motivato, abituato alle lunghe letture e – nella maggior parte dei casi – appassionato all’argomento trattato, lo stile è fondamentale per tenere agganciato chi legge, per non perderlo nei meandri dei paragrafi, delle animazioni e delle immagini.

Il solito Matthew Ricketson, nel suo saggio The new appreciation of long-form journalism in a short-form world sostiene che l’arma segreta di chi scrive, in questo caso, sia lo storytelling, ovvero l’utilizzo di un linguaggio narrativo per delectare chi legge e, nello stesso tempo, affezionarlo al proprio stile:

the level of engagement for the reader offered by a book written in narrative style; and the pleasure for the reader if the journalist writes in a distinctive or memorable style.

Ma non solo: gli articolisti utilizzano lo storytelling anche per facilitare la comprensione di un fatto o di una questione in seno all’articolo (“they need to adopt a narrative approach to storytelling that means their true stories enlarge readers’ understanding of an issue or event“).


I critici del long-form journalism

Non solo elogi per il long-form, formula osteggiata da due critici come Jonathan Mahler (The New York Times) e, soprattutto, James Bennet (The Atlantic), che recriminano sul fatto che questa tipologia di contenuti sarebbe in realtà unicamente figlia della nostalgia e che, molto spesso, comporti la stesura di pessimi articoli (come dice Bennet: “Long-form, on the web, is in danger of meaning ‘a lot of words’ ”).

When we fetishize long-form – sostiene invece Mahler – we are fetishizing the form and losing sight of its function“. Il problema, secondo il giornalista del New York Times, è che molto spesso il long-read non è altro che un mezzo dell’articolista per porre il soggetto in secondo piano ed elevarsi a vero e proprio protagonista-partecipante della scena tramite uno stile accattivante e un diluvio di parole del quale, forse, non si sente il bisogno:

The trouble starts when the subject becomes secondary, and the writer becomes not just observer but participant, the hero of his story

Bennet aggiunge che, nell’era digitale, proporre come modello positivo un contenuto solo per via della sua lunghezza può portare fuori strada tanto gli scrittori quanto i lettori (“In the digital age, making a virtue of mere length sends the wrong message to writers as well as readers“) in quanto non avere più il limite dello spreco imposto dalla stampa (parole in eccedenza come avverbi, aggettivi, lunghe perifrasi) può portare a un surplus dannoso, che non viene più tagliato dagli editor. Il rischio imposto dal long-form può essere dunque la creazione di un grande crogiolo di argomenti utili e inutili, affastellati indiscriminatamente con la tranquillità di chi non deve rispettare un limite di spazio.

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La critica, in sostanza, è diretta all’equazione “articolo più lungo = articolo migliore”, ovvero all’anteposizione della forma rispetto al contenuto. L’obiezione è legittima, anche se più che una critica fattuale parrebbe più un giusto monito verso la semplificazione: va da sé che un’equazione come quella soprascritta banalizzi e svilisca il discorso, ma è innegabile che una forma di più ampio respiro possa fornire maggiori dettagli, argomentazioni e riesca a unire l’utile col dilettevole (lo storytelling e il lato multimediale, ad esempio).

Il punto focale della questione non è dunque tanto il fatto che questo tipo di articoli debba esistere o meno, quanto piuttosto che siano sempre più diffusi e riescano ad attirare una sempre più larga fascia di lettori sia grazie alle proprie qualità intrinseche, sia grazie allo sviluppo tecnologico che contribuisce a renderli sempre più navigabili, sempre più interattivi e sempre più di forma ibrida tra contenuto “alto” (da magazine d’alto profilo) e contenuto smart, ovvero reader-friendly.

Siamo dunque curiosi di vedere quali saranno gli sviluppi futuri di una forma accattivante e che risponde alle critiche un po’ stantie di chi vuole sempre rappresentare la comunità dei lettori come stanca, superficiale, frettolosa e facilona, idea prontamente smentita dai dati forniti in questo articolo che – nel caso ve lo stiate chiedendo – le duemila parole le ha superate abbondantemente.


Fonti:

 The Longform Journalism Renaissance (GOOD, 30 dicembre 2011)
Good Times for Long-Form Journalism? di Mona Zhang, (AdWeek, 2 febbraio 2012)
What is longform journalism? di Charlotte Harper (Editia, 28 agosto 2012)
Against “Long-Form Journalism” di James Bennet (The Atlantic, 12 dicembre 2013)
Quei begli articoli lunghi (Il Post, 24 gennaio 2014)
When “Long-Form” is Bad Form di Jonathan Mahler (The New York Times, 24 gennaio 2014)

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