C’era una volta la città d’acciaio – “La ragazza Carla” di Elio Pagliarani

“Vita città ferro pedagogia”

A diciott’anni sbarca a Milano, dove trova impiego in una società di import-export: nella città d’acciaio, soltanto «i camion della frutta» della Romagna in cui è nato e cresciuto. In alto, sopra di lui, un «cielo colore di lamiera» che – si sarà forse chiesto con disperato sarcasmo come la sua antieroina Carla Dondi

non prolunga all’infinito / i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli / coperti di lamiera?

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Neoavanguardista, curiosamente influenzato da autori solo all’apparenza lontani da lui – uno su tutti: Pascoli – Elio Pagliarani si erge a cantore dell’Italia nel boom degli anni ’50, esplosione che origina un’allampanata violenza di industrie, edifici, nuovi mestieri a scardinare totalmente la consueta scansione cronologica dell’esistenza umana; contempla, come un confuso Charlie Chaplin in Tempi moderni, la nuova ambigua relazione uomo-città, e con lucida ‘pietà oggettiva’ coglie in questo sorgere rabbioso di materia il mutamento spirituale della società, descrivendo i suoi devastanti effetti.

Una varietà mai vista prima di sentimenti e linguaggi, infatti, si affastellano nei «boschi di cemento» della neoMilano.

Elio Pagliarani: La ragazza Carla

Nuova umanità che il poeta sceglie di raccontare ne La ragazza Carla, poema sperimentale di rara ricchezza intertestuale, denso di riferimenti vecchi e nuovi a poesia, cinema, vita quotidiana: un caleidoscopio frastornante di pensieri collettivi.

Il poeta sbircia attraverso un filtro distaccato – ma non sempre – l’umanità intorno a lui, si cala nei suoi personaggi, estrapola frasi, vissuti e sensazioni e sceglie di raccontarli così come li vede: disordinati e discordanti. La realtà non è, ai suoi occhi, univoca e decifrabile; né sembra interessargli conferire ad essa un senso di poeticità.

Qui la poesia è più che altro questione di ‘montaggio’, in senso cinematografico o industriale – questo è tutto da stabilire. Forse la bellezza della realtà sta nella sua composizione o meglio, nell’assemblaggio di elementi fortemente antitetici: l’ingenua Carla Dondi si scontra con il ‘satiro’ Pratèk, e

I Germani di Tacito nel fiume / li buttano nel fiume appena nati / la gente che s‘incontra alle serali

Possiamo provare ad accostare, per esercizio di immaginazione, questi Germani alle pratiche ‘barbare’ che hanno fatto il loro ingresso nella città: il ferro di Milano è il ferro, forse, di un nuovo sconvolgente Medioevo emotivo e intellettuale?

Forse è questo che si chiede Pagliarani, quando sceglie di narrare la storia di

Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all’ombra del Duomo

concependo il testo, inizialmente, come un soggetto cinematografico, diventato poema solo in fase successiva.

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Elio Pagliarani

Un passaggio che a noi può sembrare poco ortodosso è per l’autore la naturale conseguenza della rivoluzione del linguaggio nata a partire dal già citato Giovanni Pascoli: rivoluzione egualitaria che coinvolge il parlato quotidiano, con le sue imperfezioni e sbavature, elevandolo a materia poetica.

Ma il parlato quotidiano trascina con sé i fatti che il parlato quotidiano racconta: certo l’impiegato e l’operaio non hanno tempo di fermarsi a cercare risposte in un cielo ormai ridotto a fondale della città meccanica. L’unica domanda a loro cara è

Chi abita nel cielo e quanto paga / d’affitto?

a significare quanto l’idea di Dio, considerato mera creazione intellettuale, sia suscettibile dello stesso cambiamento che la società ha voluto apportare alla realtà concreta.

Tangibile e intangibile sono incollati dalla mano dell’uomo sullo stesso foglio e vivono la stessa metamorfosi: una divinità padrona prima, affittuaria poi, di una scenografia metallica e celeste. Se non c’è più poesia a terra, così sia anche in cielo, sembra aver deciso l’umanità impietosa descritta dal poeta.

La protagonista

La stessa domanda sembra farsi una «sensibile scontrosa impreparata» Carla, che affronta i rischi di una metropoli passivamente ostile, resa nemica più per la sua immobilità antiprovvidenziale che per un effettivo movimento aggressivo verso di lei; ostacolo enorme e silenzioso a una giovane donna che vive come può, sollecitata dai richiami pedagogici di un narratore – maestro ora assorto in tutt’altro, ora concentrato sulle sue avventure quotidiane e tragiche.

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La protagonista vive insieme alla madre, alla sorella e al cognato in una famiglia/branco dove si attua una rigida e ferina gerarchia di spartizione:

Angelo un osso buco intero, con patate / Carla un pezzo col midollo che le piace / l’altro pezzo Nerina la madre le patate.

Angelo e Nerina

fanno cigolare il vecchio letto della mamma

Carla ascolta, di notte, quei «respiri che sanno d’animale», consapevole di non avere ancora un ruolo all’interno del suo habitat, o meglio, l’abitudine di cui Pagliarani parla nell’incipit del primo capitolo, l’abitudine che è tanto «utile averci» per continuare a vivere anche di fronte alla manifestazione del male, del dolore e dell’impotenza di fronte ad essi.

È infatti immediato, nel poema, il riferimento alle molestie sessuali perpetrate nei suoi confronti dal datore di lavoro, il signor Pratèk (il ‘satiro’ di cui sopra): presentazione di Carla nel poema, prima di tutto, è la sua reazione spaventata a questo lupo cattivo in agguato tra le fronde dei grattacieli. La madre si affretta a costringerla al silenzio e anzi Carla viene spinta a far visita alla signora Pratèk, come per scusarsi proprio di ciò di cui è vittima.

Pensare che, fino a poco prima, la ragazza osservava nell’ufficio (in un tutt’uno emotivo con il suo narratore):

Sono momenti belli: c’è silenzio / e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli / quella gente che marcia al suo lavoro […] è questa che decide / e son dei loro / non c’è altro da dire.

Ma non c’è tempo per piangere: Dio è impegnato a sbarcare il lunario e non verrà in suo soccorso. A Carla non resta che accettare il suo ingresso violento nell’età adulta armata di rossetto, calze di nylon, e un nuovo disincantato sguardo con cui affrontare la sua esistenza, lo stesso che ha il ragazzo Elio quando, sceso dal treno, osserva attonito Milano, e quando più tardi scriverà:

sono vivo, senza rimedio / sono ancora vivo

nella struggente, definitiva assimilazione del suo io al personaggio che ha creato.


[da La ragazza Carla, 1960]

I, 3

Se si diventa grandi quando s’allungano

le notti, e brevi i giorni

ecco ci sono dentro

sembra a Carla di credere, e sta attenta a non muoversi

ché il sonno di sua madre è così lieve nel divano accanto

– ma dormirà davvero, con Angelo e Nerina

che fanno cigolare il vecchio letto

della mamma!

e Carla ne commisura il ritmo al polso, intanto che sudore

e pelle d’oca e brividi di freddo e vampe di calore

spremono tutti gli umori del suo corpo. E quelle

grida brevi, quei respiri che sanno d’animale o riso nella strozza

ci vogliono

all’amore?

E Piero sul ponte, e la gente –

tutta così?

S’addormenta che corre in una notte

che non promette alba

sul ponte che sta fermo e lì rimane

e Carla anche.

 

II, 5

Però non è sicuro che la Carla

cresca come si deve o voglia o sappia

farlo, come si cresce a quell’età

e quali fatti passino o quali invece

segnino un passaggio, chi lo sa?

 

A venti o a ventiquattro quanti han scritto

d’esser pronti e d’aver necessità

di rifare all’indietro quella strada

non agevole, fin dentro nelle viscere

di chi li ha fatti nascere, a cercare

momenti di rottura soluzioni

di continuità

che la storia non dà

ma che ci sono stati certamente

se sono come sono?

 

Carla,

sensibile scontrosa impreparata

si perde e tira avanti, senza dire

una volta mi piace o non lo voglio

con pochi paradigmi non compresi

tali, o inaccettati; desideri

precisi da chiarirsi non le avanzano

a fine mese

 

a fine mese sangue

maculato tra le gambe pallide

la fa tremare sempre, e Praték quando

la chiama nel suo ufficio per dettare.

 

III, 7

Nerina ha voglia di ridere, perché ride ogni tanto

adesso, con il figlio, Carla ha la faccia seria mentre provano

allo specchio, mentre Nerina insegna e Carla impara

a mettere il rossetto sulle labbra: ci deve essere in un cassetto

un paio di calze di nylon, finissime

bisogna provarle.

 

Questo lunedì comincia che si sveglia

presto, che indugia svagata nella piazza

prima di entrare in ufficio, che saluta

a testa alta «Buongiorno» con l’aggiunta

«a tutti», che sorride cercando Aldo con gli occhi

che gli dice «Bella la ragazza e come

attenta ai tuoi discorsi», che incomincia – forse – il lavoro

fresca.

 

Quanto di morte noi circonda e quanto

tocca mutarne in vita per esistere

è diamante sul vetro, svolgimento

concreto d’uomo in storia che resiste

solo vivo scarnendosi al suo tempo

quando ristagna il ritmo e quando investe

lo stesso corpo umano a mutamento.

 

Ma non basta comprendere per dare

empito al volto e farsene diritto:

non c’è risoluzione nel conflitto

storia esistenza fuori dell’amare

altri, anche se amore importi amare

lacrime, se precipiti in errore

o bruci in folle o guasti nel convitto

la vivanda, o sradichi dal fitto

pietà di noi e orgoglio con dolore.


[da Inventario privato, 1959]

Il verso «quanto di morte noi circonda»

apriva, e nella chiusa, isolato bene in vista

«tu sola della morte antagonista».

 

Ma già prima del termine di giugno

la mia palinodia divenne sorte:

nessun antagonista alla mia morte.

 

E sono vivo, senza rimedio

sono ancora vivo.

 

   Bibliografia

  • Sonia Caporossi, ‘La ragazza Carla’ di Elio Pagliarani: un coacervo di crepuscolarismo e sperimentazione, da Atelier 77, marzo 2015
  • Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a cura di Enrico Testa, Einaudi, 2005
  • Elio Pagliarani, Tutte le poesie (1946-2005) a cura di Andrea Cortellessa, Garzanti, 2006

Articolista e organizzatrice di eventi culturali.
Scrivo poesie.

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