A metaphysic wit: un arguto polimorfismo – le poesie di John Donne

poesie di john donne

di Andrea Lanzola


Oscura luminosità: questa è la sensazione provata da chi scrive esattamente un mese fa tornando a Londra dopo quattro anni di assenza per un weekend low-cost post Brexit deciso e preparato in poche ore.

Ricordi, pensieri, desideri, ma soprattutto l’esigenza di rivedere una capitale in cui si sono trascorse molte estati di studio e vacanza in adolescenza, ora profondamente cambiata da quegli anni tanto da sembrare a tratti opaca nella sua bellezza.

Vagando, fra i mille pensieri, ritornano i ricordi delle chiacchierate sull’Inghilterra con nonna Tina – Proficiency alla Italo Britannica senza aver mai messo una sola volta in vita sua piede nella terra di Albione –, delle lezioni universitarie di letteratura inglese tenute da Goffredo Miglietta sull’autunno del Rinascimento.

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Charing Cross Station – Londra

Per le combinazioni inspiegabili della vita, dopo poche ore, a Charing Cross una vetrina espone l’edizione delle poesie di John Donne, proprio uno fra quei poeti che hanno cercato tramite la poesia di dare un ordine al disordine nel critico momento di passaggio fra cinque e seicento, assai simile per molti aspetti a quello che, almeno a me, pare verificarsi nell’epoca attuale.

Entro, la sfoglio, ripasso mentalmente la biografia, leggo come riesco qualche verso amoroso e non (in Donne, del resto, varie tematiche si mescolano spesso in stessi testi), respirando temi e argomenti che mi toccano nella loro poliedricità ma che, soprattutto, ricalcano a perfezione le emozioni destatemi dalla città in quelle ore, se pur a secoli di distanza.

Torno a Genova, recupero una versione tradotta recentissima delle opere complete e la inizio a leggere, finché mi imbatto in una frase che riporta al mio animo una quasi identica sensazione da me provata in libreria a Londra giorni prima leggendo i versi:

Tennyson e Browning sono poeti, e pensano; ma essi non sentono il loro pensiero immediatamente come l’odore di una rosa. Un pensiero per Donne era una esperienza; modificava la sua sensibilità

Così Thomas S. Eliot designa in un lampo la fresca, inimitabile poliedricità dello stile di John Donne (1572-1631) all’interno del suo saggio The Metaphysical Poets (1921). Ed è proprio questo immediato, immortale profumo a raggiungere chi si accosti ai versi di colui che, compagno di taverna di William Shakespeare e Ben Johnson sotto il regno di Elisabeth I Tudor, decise di dedicare la propria esistenza intellettuale alla produzione poetica tout court negli anni che vedevano sopraggiungere quella incerta fase di passaggio tra Rinascimento e Barocco ancora oggi definita “Manierismo”.

Progressivo scardinarsi di certezze, perdita delle coordinate che l’Inghilterra, prossima al conflitto politico-religioso con la Spagna (del 1588 è la sconfitta di Filippo II) in nome di un’autonomia sempre difesa all’ultimo sangue, realizza in modo particolare rispetto al resto d’Europa, dimostrandosi più incline ad una cultura dall’immediato risvolto pragmatico se pur complesso nella ‘ratio’ filosofica, luminosa e oscura, evidente e criptica al tempo stesso.

Songs and Sonnets di John Donne

Su questa linea si muove la produzione lirica amorosa di John Donne, e soprattutto nella raccolta Songs and Sonnets (1633) comprensiva di liriche giovanili e non. In essa si avvicendano varie combinazioni metriche basate sullo “zoppicante” giambo tipico del teatro per la cui irregolarità, secondo Johnson, egli avrebbe meritato l’impiccagione.

Se i classici greci e latini restano la base imprescindibile, seguiti subito dallo Stilnovo e da Petrarca, Donne crea un Canzoniere dove è proprio la ‘discordia concors’ dalle poliedriche declinazioni a dominare; all’interno di questa dimensione trovano posto concetti metafisici espressi tramite un ‘wit’ (arguzia, facezia) già tipico dell’’humor’ che, proprio degli inglesi, sarà tanto amato da Oscar Wilde e dai suoi successori.


LA PULCE (THE FLEA)
di John Donne

Basta che osservi questa pulce, e osserva in questo
Quanto sia poco quel che tu mi neghi;
me ha succhiato per primo, e ora succhia te,
e in questa pulce è mischiato il nostro sangue;
tu lo sai che ciò non si può chiamare
peccato, o vergogna, o perdita di verginità,
eppure questa gode prima di corteggiare,
e, satolla, s’inturgida di un sangue fatto di due,
e questo, ahimè, è più di quanto noi faremmo.

Oh, férmati, risparmia tre vite in una pulce,
dove noi siamo quasi, anzi più che sposati:
questa pulce è tu e io, e questo
è il nostro letto nuziale, e tempio nuziale;
se recalcitrano i genitori, e tu, noi siamo congiunti
e claustrali in questi viventi muri di giaietto.
Pur se l’uso ti rende atta ad uccidermi,
non lasciar che a questo si aggiunga il suicidio,
e il sacrilegio: tre peccati nell’ucciderne tre.

Crudele e avventata, hai nel frattempo
Imporporato la tua unghia nel sangue dell’innocenza?
Di che cosa poteva aver colpa questa pulce
Se non di quella goccia che da te aveva succhiato?
Eppure tu trionfi e dici che
non trovi più deboli ora né te, né me:
è vero, impara allora quanto sono false le paure;
proprio altrettanto onore, quando mi ti concederai,
sarà sprecato, quanto la morte di questa pulce di
vita ti ha privato.


Ecco allora avvicendarsi testi come The Flea, dove l’ardita struttura ‘demonstrativa’ si gioca su una pulce nelle cui punture il sangue degli amanti si mescola e uccide al tempo stesso, oppure The good-morrow, dove il buongiorno degli amanti suggella il reciproco amore, l’uno nello specchio degli occhi dell’altro come i due complementari emisferi terresti, rinnovando tale promessa ogni mattina.


L’INDIFFERENTE (THE INDIFFERENT)
di John Donne

Io posso amare sia la bionda che la bruna,
lei che l’abbondanza sceglie, e lei che l’indigenza
tradisce,
lei che ama la solitudine, e lei le mascherate e le commedie,
lei allevata in campagna, e lei in città,
lei che si fida, e lei che mette alla prova,
lei che lacrima sempre con occhi come spugne,
e lei che è sughero secco e mai non piange;
io posso amare lei, e lei, e te, e te,
io posso amare ognuna, solo se fedel non è.

Nessun altro vizio vi accontenterà?
Non vi servirà fare a vostra volta come fecero già le
vostre madri?
O avete consumato tutti i vecchi vizi, e altri ora ne
cercate?
O vi tormenta un timore, che gli uomini sian fedeli?
Oh, non lo siamo, e non lo siate voi.
Ch’io ne conosca venti, e voi altrettanti.
Rapinatemi, ma non legatemi, e lasciatemi andar via.
Devo io, che venni a viaggiarvi dentro,
diventar vostro suddito fisso perché siate fedeli?

Venere mi udì sospirare questa canzone
E, per la Varietà, la più dolce qualità dell’amore, giurò
Di non averla mai finora udita, e che mai più dovesse
Esser così.

Andò, indagò, e presto ritornò
e disse: «Ahimè, ce ne sono due o tre
laggiù, poveri eretici in amore,
che pensano di stabilire una costanza pericolosa,
ma a loro ho detto, dacché volete essere fedeli,
fedeli sarete a quelle che infedeli vi saranno».


Ad essi si contrappongono l’ortodosso libertinismo di The indifferent in cui l’amante insaziabile giustifica, col beneplacito di Venere, il suo diritto di essere libero e svincolato beffandosi degli “eretici fedeli” o la truce e sanguigna atmosfera di The apparition, dove il fantasma dell’amato tradito ritornerà durante l’amplesso della donna col nuovo uomo.

Le poesie di John Donne: lo stile

Le strutture formali della tradizione, molte delle quali prevedevano un accompagnamento musicale, vengono variate in libertà per consentire uno stile adatto alla poliedricità di arditi giochi lessicali e letterali, doppi sensi, sdoppiamenti di personalità, dialoghi immaginati e immaginari che spesso ribaltano il senso del testo, iperboli troncate, ardite architetture ragionativo-filosofiche.

Le metafore di viaggio, così come le similitudini dal mondo quotidiano o dalla natura, si rivelano, accanto ad oggetti/concetti simbolo – preludio di quel “correlativo” che vedrà la propria piena realizzazione nel Novecento con Eliot e Montale, Savinio e De Chirico – veicoli privilegiati di questa poetica.

Emerge così uno stile donniano protobarocco dove il concettismo fine a se stesso, così caro in Italia ai coevi Marino ed Achillini, viene respinto in nome di una volubile filosofia che ben può essere sintetizzata in ambito visivo dal precocissimo dipinto degli Ambasciatori di Hans Holbein (1533).

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Gli Ambasciatori di Hans Holbein

Nel dipinto in questione, infatti, l’universo della cultura, dei viaggi, delle scoperte è rappresentato dai tangibili oggetti, dove, a mo’ di disco volante lanciato sulla scena, compare il teschio del ‘memento mori a cui lo stesso Donne guarderà dopo la scomparsa dell’amata moglie Anne More, il rifiuto quasi totale delle opere giovanili e la conversione al Protestantesimo con l’assunzione dei voti; ne è testimone l’ultima parte della sua produzione poetica, in particolar modo l’ultimo sermone pronunciato il 25 febbraio 1631, un mese prima della morte, poi pubblicato postumo con il titolo di Death’s Duell.


IL SOGNO (THE DREAME)
di John Donne

Caro amore, per niente di meno che te
Avrei interrotto questo felice sogno;
era un tema
per la ragione, troppo forte per la fantasia,
perciò saggiamente mi hai svegliato; tuttavia
il mio sogno non l’hai interrotto, ma continuato.
Tanto tu sei verità, che bastan pensieri di te
Per fare i sogni verità e le favole storie vere;
entra tra queste braccia, poiché se hai creduto meglio
che non sognassi tutto il mio sogno, mettiamo in atto
il resto.

Come un lampo o una luce di candela
I tuoi occhi, e non il tuo rumore, m’hanno svegliato;
tuttavia ti ho creduta
(poiché tu ami la verità) un angelo, a prima vista;
ma quando ho visto che vedevi il mio cuore
e sapevi i miei pensieri, ben oltre arte d’angelo,
quando hai saputo cosa sognavo, quando hai saputo
quando
l’eccesso di gioia mi avrebbe svegliato, e sei venuta
allora,
devo confessare che non poteva che essere
profano il pensarti altra cosa che te.
Il tuo venire e restare han mostrato te, te
Ma l’alzarti mi fa dubitare che ora
Tu non sia tu.
È debole quell’amore in cui è altrettanto forte
Il timore;
non è tutto spirito, puro e ardito,
se si mescola a timore, vergogna e onore.
Forse, come le torce, che devono essere pronte,
vengono accese e spente, così tu fai con me;
sei venuta ad attizzare, te ne vai per venire;
sognerò dunque quella speranza ancora, ché
altrimenti morirei.


John Donne, Poesie, a cura e con traduzione di Alessandro Serpieri e Silvia Bigliazzi, Milano, BUR, 2015

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