Non semplice trasposizione – Intervista a Gianfranco De Bosio

gianfranco de bosio intervista

Quando entro nello studio di Gianfranco De Bosio sono colpita dalla quantità di fogli, libri aperti e appunti sparsi sulla sua grande scrivania. Ovunque i libri del Ruzante, passione di una vita, e sugli appunti fitte indicazioni di scena; scalette di atti: la scrivania di un uomo di spettacolo ancora in piena attività, nonostante i novantadue anni.

Ci sarebbe molto di cui parlare con questo regista: il lavoro all’Arena di Verona, gli adattamenti del Ruzante, l’esperienza cinematografica; ma il mio compito oggi è chiedergli del suo bellissimo Riccardo II.

Nonostante i cinquant’anni passati dalla prima teatrale, nel lontano 26 febbraio 1966, il regista parla dello spettacolo con un entusiasmo che lo fa tornare ragazzo, e non è difficile capirne il motivo: mi trovo davanti al promotore della traduzione in versi del Riccardo II da parte di uno dei più grandi poeti del ’900, Mario Luzi.

Gli domando il perché della scelta del Riccardo II, e lui mi risponde con molta semplicità di trovarlo il più bel dramma storico di Shakespeare

Io, che l’ho letto proprio in occasione di quest’intervista, non posso che dargli ragione: il Riccardo II è un disperato e doloroso pugno nello stomaco, è la parabola di un re vanesio e scialacquatore che, trovatosi a dover deporre la propria corona ai piedi del suo usurpatore, capisce di non contare più nulla senza quella corona; la storia di un re folle che nella sua abdicazione ritrova la sua umanità.

intervista a gianfranco de bosio
Riccardo II – una scena dello spettacolo

La seconda domanda, naturalmente, è relativa al perché della scelta di Luzi rispetto ad altri poeti.
De Bosio spiega di essere stato consigliato da un amico, Guido Davico Bonino:

«Guido Davico Bonino è stato consulente del Teatro Stabile di Torino per la parte letteraria e fu lui che, quando io espressi il desiderio di avere un traduttore che mi restituisse Shakespeare in versi e non in prosa, mi consigliò proprio Luzi, dicendo: “Con Mario Luzi sarà dura perché non è un traduttore dall’inglese, però devi spingerlo per amore di Shakespeare a tentare questa esperienza”».

intervista a gianfranco de bosio
Mario Luzi

Una scelta fatta dunque per amore dell’originale: è proprio questa l’impressione che si ha leggendo il lavoro di Luzi, quella di una traduzione al servizio del testo di Shakespeare, di re Riccardo e del suo stesso respiro. Per fare ciò Luzi sceglie di non utilizzare una metrica rigida, elude infatti l’endecasillabo a favore di una versificazione libera, che si accorcia e si allunga in base alle esigenze del ritmo, del suono, della rappresentabilità scenica: un’operazione che solo un grande poeta come Luzi avrebbe potuto affrontare.

Inutile chiedere a Gianfranco De Bosio se il lavoro luziano sia stato all’altezza delle sue aspettative: più volte, durante l’intervista ripete che stiamo parlando della più bella traduzione shakespeariana della letteratura italiana: non semplice trasposizione, ma poesia essa stessa.

Prima di andare via decido di chiedere a De Bosio perché si sia fermato al Riccardo II quando invece il suo era un progetto molto più ampio, che prevedeva di mettere in scena più drammi shakespeariani tradotti da poeti.

«Mi sono allontanato da Shakespeare anche perché ero soddisfatto della traduzione di Luzi e non avevo voglia di ricominciare con un altro poeta. È stato un impegno molto grande quello con Luzi, forse anche sentimentalmente…»

Il regista esita un momento, poi passa ad un altro argomento, ma nella sua esitazione è racchiusa tutta la complessità di una collaborazione come quella con Mario Luzi: un anno per la traduzione, altrettanto tempo per la preparazione della messinscena, la problematicità della produzione di un testo che doveva essere bello come le più belle poesie di Luzi e allo stesso tempo asciutto, rappresentabile, agile. Una difficoltà che fu ripagata dalla lode unanime allo spettacolo da parte di tutta la stampa italiana: un successo incredibile, che poteva probabilmente essere replicato con la traduzione di un altro lavoro shakespeariano, ma quale poeta scegliere? Esisteva qualcuno in grado di competere con la forza e la drammaticità della poesia luziana?

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Gianfranco De Bosio

Forse De Bosio, ritenendo la traduzione di Luzi una vetta inarrivabile della traduzione in versi, non ha voluto impegnarsi con un altro poeta per non rischiare una delusione; il confronto con Luzi sarebbe stato per un altro poeta inevitabilmente difficile; forse il regista ha voluto lasciare quest’opera come un unicum, una perla rara nel mondo della traduzione.

Me ne vado con la consapevolezza di aver incontrato non solo un professionista del teatro con più di mezzo secolo di carriera alle spalle, ma con la certezza di aver parlato con un uomo che è stato in grado di riconoscere e di valorizzare con la sua regia un capolavoro della letteratura italiana.

 

 

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