Elogio di un poeta minore – I monologhi di Franco Califano

Articolo a cura di Pietro Martino


In un saggio uscito negli anni ’60, Montale afferma che nell’Olimpo della scrittura c’è posto per pochissime persone. Afferma poco dopo che a quell’Olimpo si può accedere in diversi modi: non tutti passano per la porta principale; ci sono anche accessi secondari, persone che passano per la finestra, per la fessura inaspettata.

Non c’è dubbio che se la fama permetterà l’ingresso a Franco Califano egli sarà passato per un ingresso secondario. È sufficiente a motivare quest’assunto l’ampia messe di luoghi comuni che lo hanno reso un personaggio celebre agli occhi dei televisionari e dei lettori di riviste scandalistiche: rozzo donnaiolo col vizio della cocaina, macchietta televisiva con cui bollare lo stereotipo della romanità.

Ma Califano, prima di essere un semplice personaggio da rotocalco, è stato cantautore e autore di una brillante serie di monologhi sparsi nei suoi dischi. Essendo questa una rivista che si occupa di letteratura si tralasceranno i giudizi sulle canzoni per analizzare i monologhi: è qui egli che ha ottenuto i maggiori risultati poetici.

La forza di questi recitativi sta in una scelta di semplicità portata fino alla rozzezza, che è delle voci monologanti più che della voce autoriale e che si dà anche nei temi, che rasentano la banalità. Per l’autore si tratta di dare un’occhiata sotto casa, mentre quella che vediamo noi è Roma negli anni ’60-’70 circa.

Con una leggera storpiatura cronologica possiamo affermare che Califano ha raccontato la vita di borgata dei romanzi di Pasolini, ma soprattutto la miseria piccolo-borghese (tema toccato da un altro scrittore indissolubilmente legato a Roma, Alberto Moravia, soprattutto nei suoi ‘Racconti’ e ‘Nuovi Racconti Romani’) di alcuni uomini, animati specialmente da un mito del machismo costantemente frustrato da situazioni e disagi, anche e soprattutto di tipo sessuale, che assumono nella messa in versi una connotazione fortemente ironica e/o malinconica.

Califano e la tradizione dialettale romana

In questi squarci di vita quotidiana, dove alla sessualità si aggiungono miserie come alcolismo, povertà ed emarginazione, l’autore usa l’endecasillabo, spesso a rima baciata. Questa scelta metrica assume un profondo significato etico: è una prova di fedeltà alla propria tradizione, quella della poesia dialettale romana, soprattutto di Gioachino Belli e del suo “monumento alla plebe di Roma”, formula che introduce i ‘Sonetti’ ma che riattualizzata si presta benissimo ad esprimere l’intento dei monologhi di Califano, il cui monumento è senza dubbio più parziale ed episodico, privo di una struttura organica come quella elaborata dal poeta ottocentesco.

Nonostante questo discrimine la poesia di Califano è fortemente figlia di quella tradizione: ne eredita e sviluppa quella componente fondamentale che è l’ironia tragica, privata di ogni forma di becero moralismo e proprio in virtù di questa privazione fortemente intrisa di un’implicita tensione morale.

L’ironia è il costituente fondamentale dei monologhi poetici di Califano. Mordace e sarcastica, essa si basa su doppi sensi, rime che coinvolgono parole volgari e sottintesi sessuali, ma non si distacca mai dalla necessità delle voci monologanti: si tratta della loro volgarità, del loro modo di esprimersi nel raccontare i fatti della propria vita. Lo schermo ironico, che introduce l’ascoltatore in un frammento di realtà, finisce quasi sempre per avere un risvolto malinconico, apre la strada all’altra componente fondamentale di questi testi: la ‘tristezza sana’.

Con questa specie di etichetta si intende una forma di tristezza priva di ogni cerebralità e di ogni fronzolo intellettualistico, che attinge direttamente dalla vita del personaggio che si racconta, nella sua nuda durezza e crudeltà.

In alcuni monologhi il dramma che si vuole esprimere assume una connotazione profondamente esistenziale, tramite la semplice rappresentazione e narrazione di uno stato d’animo di disagio che parte spesso da una situazione banale. È in questi casi che la poesia di Califano riesce a dotarsi di un potere universale e astorico che trascende la situazione e il contesto di partenza per sfondare il muro della situazione esemplare.

Anche se le voci narranti sono in linea di massima inattuali, relitti di un’epoca che non esiste più, sentiamo che quelle miserie e tristezze sono problematiche nostre, sebbene presentate in un contesto differente, che è quello che l’autore conosce meglio: maschi romani che finiscono a letto con travestiti (Avventura con un travestito), sempre succubi di qualcosa: mogli (La vacanza di fine settimana e Piercarlino) alcol (Nun me portà a casa), amori passati incancellabili (Moriremo ’nsieme), ossessioni sessuali (Disperati pensieri di un impotente).

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