Casa d’altri, il racconto perfetto di Silvio D’Arzo

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Niente è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente.

Fu un professore ad incuriosirmi, qualche mese fa: «Possiamo considerare Ezio Comparoni, meglio conosciuto come Silvio D’Arzo, uno dei più grandi romanzieri del Novecento italiano».

Un gelido imbarazzo cadde sulla classe, il professore lo avvertì e, con garbo, deviò il discorso sulla poca fortuna editoriale dell’autore, acidamente respinto da Pavese e apprezzato da Montale «con quell’insopportabile abitudine che aveva di parlare bene degli scrittori solo dopo morti». La curiosità mi ha spinto a leggere e a parlarvi di Casa d’altri, il racconto perfetto di D’Arzo, almeno a sentire Montale.

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Montelice è un minuscolo e isolato paese dell’appennino romagnolo. Il suo vecchio prete racconta in prima persona, borbottando quasi sbrigativo, indolente o intimidito verso una platea immaginaria di ascoltatori. Compaiono pastori, funerali, giovani curati e Zelinda, sola e vecchia quanto il protagonista, ma più misera e con alcune certezze che difettano.

La paratassi ordinata, la linearità della diegesi, le metafore, le similitudini che non si innalzano al di sopra del contesto e riguardano sempre elementari fenomeni naturali, tutto è percorso dal ritmo del decasillabo, capace di mostrare che l’abbandono della letterarietà non significa sciatteria e la semplicità non è per scemi.

Il decasillabo fa indovinare un’inquietudine, una trama di significati detti solo a mezza voce: da una parte l’appartenenza del protagonista a una comunità claustrofobica e primitiva, in un luogo condannato all’immobilità delle stagioni, dall’altra la palese inadeguatezza di fronte ad un’aspettativa, la colpa di “bere dallo stesso bicchiere” e non poter vuotare il fondo.

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Silvio D’Arzo

 

Alla fine dei neorealistici anni Quaranta, Casa d’altri già si libera dalla tensione all’affresco sociale: la bioetica, il suicidio assistito, sono i temi che Silvio D’arzo ci propone. E dico ci propone perché lo fa davvero, chiamandoci in causa, sfondando con delicatezza la quarta parete, quando ci chiede: «Ma  che altro potevo fare, mi dite?»

 

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