L’ossario – Le poesie di Andrea Zanzotto

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Le poesie di Andrea Zanzotto | a cura di Giacomo Simoni


Sarebbe decisivo leggere l’opera zanzottiana a partire da una forte presa di coscienza sugli acuminati strumenti di indagine che il poeta ha lasciato alla lirica di tutti i tempi.

Il caso più paradigmatico risiede ne Il Galateo in Bosco (1978), raccolta in cui le diverse istanze dell’autore toccano l’equilibro e la nitidezza più salde della sua produzione. Il nodo tematico attorno a cui ruota l’opera risiede nell’antinomia tra i due termini eponimi: da un lato il Galateo come figurazione del sistema di norme culturali, sociali e letterarie proprie della storia dell’uomo, dall’altro il Bosco come dato naturale estraneo alla categorizzazione.

Proprio a partire dall’analisi dell’incontro tra questi due poli,  Zanzotto si fa artefice della rappresentazione poetica dei rapporti che intercorrono tra i diversi piani della realtà. In questo senso il linguaggio assume il gravoso compito di sondare le infiltrazioni che i diversi campi semantici patiscono nel tempo.

Il paesaggio del libro è quello del bosco del Montello, rilievo montuoso della provincia di Treviso bagnato dalle acque del Piave. In mezzo al rassicurante fondale naturalistico giacciono i segni più diversi del passaggio della storia e della cultura, dalle ossa dei soldati caduti nella Grande Guerra alle parole del Galateo che Giovanni della Casa scrisse proprio in questi luoghi.

Andrea Zanzotto e la riscoperta della lingua

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Andrea Zanzotto

In uno dei testi più noti della raccolta, Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto, Zanzotto invita ad immergersi, in un viaggio carico di pietas e di una tensione quasi iniziatica, in questa enorme pattumiera di codici e resti biologici, «in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili», al fine di una riscoperta della realtà profonda dell’io e della lingua «tra pezzi di guerra sporgenti da terra».

Il salto straordinario a livello epistemologico risiede nel fatto che la poesia stessa si fa ossario, la lingua diventa materia viva nel suo immischiarsi senza paura col divenire biologico e con le sedimentazioni culturali. Andrea Zanzotto inscena, all’interno di quella che Testa definisce «strategia della conflagrazione intersegnica», una descrizione del reale da una postazione di pura immanenza.

Nel Galateo si trovano, in seguito ad un percorso cominciato almeno nel 1962 con la pubblicazione di IX Ecloghe, una rassegna aggressiva di citazioni, segni grafici, termini provenienti dal campo filosofico, psicologico, tecnologico, pubblicitario, dialettale, in una messa in mostra del «linguaggio nella sua totalità, come luogo dell’autentico e dell’inautentico» (Agosti).

È però importante sottolineare come questo abbandono ai significanti (per cui va segnalata la forte influenza che hanno esercitato su Zanzotto tre figure come De Saussure, Heidegger e Lacan) non sfoci mai in un atteggiamento di retroguardia dell’io lirico rispetto al mondo, in una riproduzione di immagini da museo dell’orrore per una sterile critica della contemporaneità; anche lo statuto di ordinatore dell’io e del linguaggio viene messo al banco degli imputati di quel gran tribunale che è la poesia zanzottiana.

Soprattutto la lingua si riscopre colpevole, nel suo ambiguo guardare al dato naturale come aspirazione e travisamento della propria connivenza con la storia e la cultura.

La figura di poeta che emerge dall’opera di Zanzotto è quantomeno unica nel panorama lirico del novecento italiano: è quella di un autore allo stesso tempo politico (in senso orgogliosamente lato) e incondizionatamente lirico, dove riesce a sopravvivere, in uno stupefacente anacronismo, l’idea che la poesia possa ancora rappresentare uno strumento fattivo di comprensione della realtà in un’ottica generale, fuori da ogni tentazione intimistica.

 

Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.

Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.

Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.

Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo

(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

[…]

Padre e madre, in quel nume forse uniti

                  tra quell’incoercibile sanguinare

                  ed il verde e l’argentizzare altrettanto incoercibili,

in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili

voi mi combinaste, sotto quelle caterve di

os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie

       rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi

erbosi assunte,

in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina

un poco creandomi, facendomi assurgere a

Così che          suono a parlamento

per le balbuzie e le più ardue rime,

quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,

io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi

mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico

     Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera

io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,

si avvicenda un fiore a un cielo

dentro le primavere delle ossa in sfacelo,

si avvicenda un sì a un no, ma di poco

differenziati, nel fioco

negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.


Bibliografia
Agosti S., Una lunga complicità, Milano, Il Saggiatore, 2015
Zanzotto A., Il Galateo in Bosco, Milano, Mondadori, 1978
Zanzotto A., Tutte le poesie, a cura di Stefano dal Bianco, Milano, Mondadori 2011

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